|
Mazen
Dana, ucciso la domenica del 17 agosto 2003 nei sobborghi di Baghdad, ha speso
la maggior parte della suo decennale incarico con l’agenzia Reuters lavorando
nella sua città natale contesa-lacerata di Hebron, nella West-Bank, dove è stato
ferito e malmenato numerose volte. Il quarantunenne, che lascia una moglie,
Suzan, e quattro ragazzi, aveva sempre accettato che la sua vita fosse piena di
rischi. «Il coraggio di Mazen Dana era leggendario, il suo impegno totale» ha
dichiarato Stephen Jukes, direttore generale dell’agenzia Reuters all’indomani
della morte del giornalista. «Si era preso l’impegno morale di documentare la
storia ovunque accadesse e di essere allo stesso tempo un simolo per gli amici e
i colleghi».
Paul Holmes, ex capo dell’agenzia Reuters a Gerusalemme, lo
ricorda così: «era stupefacente per il suo cuore e il suo coraggio. Era il re di
Hebron. Una città dove i giornalisti sono continuamente obiettivi di violenze.
Un calderone pieno di tensioni religiose e politiche. Una città di 150.000
palestinesi, dove circa 400 ebrei vivono stabilmente nel centro, protetti da
centinaia di soldati isrealiani. Durante i sette anni in cui ha lavorato nella
sua città per la Reuters Dana è stato ferito ripetutamente. Sì, Dana di questa
città ne era il re. Ogni giornalista di Hebron lo osservava e qualsiasi
giornalista che abbia raccontato il conflitto israeliano-palestinese conosceva e
amava Mezen».
Nel 2001, Mazen Dana aveva vinto il prestigioso International Press Freedom
Award per il suo sforzo di documentare gli avvenimenti: premio che viene
assegnato dal Committe to Protect Journalists di New York. In tale occasione, al
momento di ritirare il premio, aveva dichiarato: «essere un giornalista e un
cameraman in una città di speranze perse come Hebron richiede grandi sacrifici.
Sparatorie, umiliazioni, maltrattamenti, detenzioni, percosse e distruzione
dell’equipaggiamento, sono le difficoltà che ho incontrato nel mio lavoro. E
sono le stesse che incontrano tutti i giorni, tutti i giornalisti palestinesi
che vogliono documentare un conflitto che sembra iniziato una eternità fa»..
Dana era conscio che un giorno, documentando la realtà, avrebbe
potuto essere ucciso, ma allo stesso tempo sosteneva che niente poteva fermare
il suo lavoro di giornalista, perché niente deve impedire alla gente di vedere e
giudicare essa stessa. «Non è facile avere un’immagine - ripeteva – specialmente
se un’immagine può costarti la vita.”
Purtroppo la sua profezia si è avverata.
Circa 3000
persone hanno accompagnato il corpo di Mazen Dana attraverso la sua città natale
di Hebron in una processione piena di ricordi e di onori finali. Molti colleghi
sono giunti dall’Europa, da Israele, dall’Africa e dal West Bank a Hebron per
portargli l’ultimo omaggio.
Il suo corpo,
avvolto in una bandiera palestinese, è stato portato in alto lungo le strade che
conducevano da una moschea nel centro di Hebron fino al cimitero cittadino dei
Martiri.
"Mazen, riposa in pace, continueremo la lotta,” cantavano i
presenti.
Dana non è stato solo uno dei maggiori esperti del conflitto della sua
generazione, ma era anche un uomo estremamente gentile, un buon amico per molti
e un collega molto stimato.
Tom Kirkwood,
giornalista per la rete News Editor,Television and Pictures, che ha lavorato
accanto a Mazen per molti anni, lo ha ricordato così. «Mazen viveva del suo
lavoro. Prendere una telefonata alle tre del mattino, uscire nel freddo per
filmare l’avvicinarsi delle luci dell’incursione israeliana, lanciarsi sulla
strada per filmare dei manifestanti che scagliano pietre nel caldo dell’estate,
essere malmenati dai soldati o colpiti e feriti dai sassi sono tutti eventi che
possono accadere a Hebron ogni giorno. E di solito accadevano. Anche la sua
famiglia viveva per il suo lavoro. Il figlio maggiore di Mazen, Hamze, 12 anni,
era spesso preoccupato che suo padre non sarebbe tornato a casa. Come sua moglie
Suzan. E agli altri bambini, Mo'Taz (8 anni), Sarah (6) e la piccola Bisan (1),
sarebbe piaciuto avere il loro papà accanto nelle rare occasioni in cui Hebron
era calma. Mazen era un grande padre. Era innamorato della sua figlia più
piccola come se indovinasse che non avrebbe avuto abbastanza tempo per stare con
lei. Ma per Mazen il suo lavoro era più di una professione. Documentare il
conflitto a Hebron, era, lo sentiva, una sua responsabilità sociale». Ma a
nessuno dei suoi colleghi Dana mancherà più cha al cameraman Nael Shyoukhi, il
suo tecnico del suono, suo collega e amico, durante gli innumerevoli conflitti
documentati. Nael era a Baghdad quando Mazen è stato ucciso.
«In qualità di uno dei primi giornalisti a Hebron che lavorava
per un’agenzia della stampa internazionale, Mazen aveva impiegato una tale
energia nell’addestrare gli altri, creando uno sorta di embrione di centro di
sicurezza per i giornalisti nella città. La sua perdita è un grave colpo per
tutti coloro che continuamente chiedevano a Mazen sostegno e guida. Ci mancherà
a tutti il suo coraggio e la sua determinazione, la sua natura esuberante, il
suo essere un uomo che segue dei principi e che era assolutamente sicuro che il
mondo sarebbe stato un migliore se lui avesse vissuto il suo lavoro come fosse
la sua vita».
Mazen Dana intervistato dal Committee to Protect
Journalists di New York
«Essere un
cameraman a Hebron significa lavorare in una
città divisa, lavorare in una città di speranze perse. Stiamo lavorando tra
carri armati, elicotteri, centinaia di soldati. La situazione a Hebron è questa,
essere un cameraman è molto difficile, sei sempre sotto pressione da parte dei
soldati. Hebron è il centro e il nucleo del conflitto, il conflitto israeliano e
palestinese. Così ogni giorno succede qualcosa a Hebron, anche se l’area
palestinese e l’area israeliana sono calme.
Ogni giorno dovresti lavorare ventiquattro ore.
Non hai vacanze, non hai tempo per riposarti, non hai tempo persino per
mangiare. Lavorare a
Hebron sempre, ogni giorno, ogni minuto, ti
taglia fuori da tutto, dalle tue relazioni. Socialmente non hai un amico perchè
sei sempre al lavoro. Non hai
neanche il tempo di sederti con i tuoi ragazzi, con la tua famiglia per
discutere su cosa mangiare o su cosa celebrare, o fare qualcosa. La situazione
di un cameraman a
Hebron è veramente molto dura e pericolosa.
Lavoro a Hebron
da quattordici anni come cameraman e come giornalista, sono stato ferito
innumerevoli volte e arrestato tante, troppe volte. Tra i tipi di ferite che ho,
tre volte erano pallottole vive, settanta o ottanta pallottole di gomma. Ho
subito un centinaio di percosse dai soldati che non volevano vogliono che tu
cogliessi un’immagine. Poco importa, in quei casi, ricordare che noi siamo
neutrali, che filmiamo solo cosa accade. Se quello che stai facendo non soddisfa
le persone o i soldati sarai attaccato, ti sarà vietato muoverti, sarai colpito.
Per questo ho così tante ferite, troppe, se tu guardi il mio corpo non trovi un
centimetro senza colpi, senza tracce di pallottole vive o di gomma.
Da tempo la situazione per i giornalisti a
Hebron sta andando di male in peggio. Se
peggiora arriveremo all’inferno. Eh, prima ci potevamo muovere, viaggiare,
andare persino a Betlemme, in altri posti, in altre città. Ma ora siamo fermi.
Qui non possiamo persino andare a filmare la zona sotto Israele, la zona C di
Hebron che è sotto il controllo israeliano. E nella città di Hebron, che è
divisa in due parti, posso muovermi in un’area di appena due chilometri quadrati
e nell’area che è sotto il controllo palestinese. Ma adesso sotto il controllo
israeliano, non ci è permesso. Anche a casa mia, nell’area C, a Kalif non sarei
autorizzato a uscire da casa mia, anche se sono un giornalista.
Noi siamo giornalisti neutrali. Forse oggi questo non significa nulla a Hebron,
ma per me significa ancora tutto. Noi raccontiamo quello che accade
continuamente e questo è il mio unico modo per
mettere pressione al governo israeliano. Solo
la neutralità, questo mio concetto di neutralità, potrà forse fermare le
persecuzioni dei giornalisti. Potrà far cessare la discriminazione tra
giornalisti israeliani e palestinesi e giornalisti stranieri. Sono convinto che
siamo tutti uguali, che abbiamo lo stesso messaggio. Noi portiamo un dono.
Filmiamo e mostriamo al mondo quello che accade. Noi non siamo parte del
conflitto. Chiediamo al governo israeliano di fermare le persecuzioni dei
giornalisti palestinesi nei territori palestinesi. E di fermare i duri attacchi
contro di noi e porre fine ai pregiudizi sui giornalisti. A volte senti di non
essere niente. Quando vedi i nostri ragazzi, o un soldato di venti anni colpirti
o spararti o sputarti, ti senti denigrato. Vogliamo essere come tutte le persone
che vivono in pace, lavorando come giornalisti, facendo quello che possiamo fare
per aiutare e per mettere fine ai conflitti di tutto il mondo. Stiamo seduti
sognando di lavorare in una zona dove il giornalismo sia libero senza punizioni,
senza nessuna tortura per i giornalisti. Questo è il mio messaggio per il
governo israeliano: documento tutto affinché quanto sta accadendo possa finire.
E mi piacerebbe che i giornalisti internazionali, le associazioni internazionali
dei giornalisti ci aiutassero a far terminare le persecuzioni dei giornalisti.
Libertà significa per me lavorare in libertà, nessun fastidio, nessun che ti
colpisce, nessuno che ti spara, nessuno che ti insulta. Perché la libertà ti
porta tutti i tipi di libertà, libertà di scrivere, libertà di filmare, libertà
di parlare, libertà di come stare con la tua famiglia, con la gente. Oggi noi
non siamo liberi. Non possiamo neanche fare il nostro lavoro come dovremmo.
Così, troppe volte ci comportiamo da contrabbandieri, andiamo di tetto in tetto
per filmare. Mi piacerebbe filmare liberamente, nessuno che mi fermi, nessuno
che infastidisca, niente censura, niente di niente».
I ringraziamenti di
Mazen Dana al momento di
ricevere il premio
Signore e signori, colleghi,
sono felice di essere qui e orgoglioso di ricevere questo prestigioso.
Lo considero il risultato di 14 anni di continuo sudore e duro lavoro.
Mi da forza sapere che i nostri colleghi nel mondo ci stanno sostenendo nella
ricerca della verità contro chi cerca di soffocarla.
Nella città divisa di
Hebron gli attacchi alla libertà di stampa si
verificano giornalmente,
essere un giornalista e un cameraman in una città dalle speranze perdute come
Hebron richiede grandi sacrifici.
Sparatorie, umiliazioni, maltrattamenti, prigionia, lanci di pietre, e la
distruzione degli equipaggiamenti dei giornalisti sono solo alcune delle
difficoltà che chi lavora a Hebron affronta. A tutti questi problemi e rischi va
aggiunta, temibile per chi fa il nostro lavoro, l’impossibilità di muoversi
liberamente.
La cosa triste è che posso viaggiare ovunque nel mondo, ma non posso spostarmi
nell’ufficio della Reuters a Gerusaleme che è solo a 25 chilometri da Hebron.
Io sono qui anche in rappresentanza di tutti i miei colleghi che lavorano a
Hebron e di cui sono molto orgoglioso. Colleghi che non sono meno coraggiosi di
me e che avrebbero meritato quanto me questo premio. Specialmente il mio collega
alla
Reuters, Nael Shyioukhi che ha lavorato al mio fianco per otto
anni.
Parole e immagini sono per me testimonianza di una pubblica speranza e per
questo motivo io continuerò il mio lavoro senza riguardi per le difficoltà,
anche se ciò mi costasse la vita.
Ieri, una tragedia ha colpito quattro dei nostri colleghi in
Afghanistan. Questa
tragedia ci fa capire solo quanto possa essere costoso scoprire la verità.
L’amarezza di questo evento è alleviabile solo dalla consapevolezza che i
giornalisti nel mondo continueranno a cercare di ottenere la verità. E il vostro
sostegno per noi che lavoriamo in prima linea ci dà speranza.
Grazie. |