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La libertà di espressione in Medio Oriente durante il conflitto iracheno
dossier a cura di Amnesty International, sezione italiana
la redazione del dossier è stata realizzata da Massimo Cipolla, Gianluca Siega Battel,
Chiara Sartori, Mike Corradi, Christa Schrettenbrunner

   

 
Nel composito mondo arabo e persiano l’esercizio della libertà di espressione rappresenta  una finzione che costringe, insieme ad altri fattori, le popolazioni di queste terre al silenzio. Gli unici spazi pubblici delegati al confronto politico coincidono con la moschea,  e gli oggetti del dibattito sono di volta in volta circoscritti dalle Autorità.
Il nuovo millennio ha tradito molte speranze. Riforme sostanziali non sono arrivate né dalla Siria, dove vige la legislazione d’emergenza introdotta nel 1963, né in Giordania dove la donna subisce l’atroce violenza del delitto d’onore. In Iran l’attesa stagione delle riforme che avrebbe potuto condurre il Paese ad adeguare l’ordinamento agli standard internazionali dei diritti umani sembra compromessa. Lungo la linea verde che separa la Cisgiordania dallo Stato d’Israele continua la costruzione della barriera di sicurezza nonostante il parere contrario della Corte di Giustizia delle Nazioni Unite e la successiva risoluzione dell’Assemblea Generale. Prosegue l’impoverimento palestinese mentre non cessano gli attacchi suicidi contro la popolazione israeliana e l’uso sproporzionato della forza in zone densamente abitate.

Quanto accaduto l’11 settembre, oltre a colpire gli Stati Uniti, ha investito duramente le società medio orientali impegnate nel produrre proposte di cambiamento che passassero innanzitutto attraverso l’adesione ai trattati internazionali che tutelano la persona umana. Al contrario, gli Stati della regione hanno introdotto o rafforzato tutte le misure di sicurezza che, oltre a sacrificare ulteriormente i diritti umani fondamentali, impediscono la libera circolazione delle idee. Tutti elementi questi che, legati ai conflitti presenti nell’area, hanno suscitato in tutto il mondo interminabili discussioni e poche certezze. Un esempio per tutti: la domanda più frequente che il premio nobel per la Pace 2003, l’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, si è sentita rivolgere, ha riguardato la compatibilità dell’Islam con la democrazia. L’Islam è chiaramente incolpevole, ha sempre ripetuto Shirin Ebadi, come lo sono l’ebraismo, il cristianesimo. Sono se mai i gruppi al potere che continuano a frenare ogni cambiamento appellandosi alla Legge rivelata. In nome della difesa dell’Islam, delle proprie specificità culturali e della sicurezza nazionale, i governi accusano e condannano i cittadini che, esercitando le proprie libertà fondamentali, si adoperano per riformare lo stato, il diritto e la religione.

Gli intellettuali e i giornalisti sono così imprigionati, torturati, condannati a pene crudeli, inumane e degradanti. Il diritto di  parola rimane solo a chi detiene l’arbitrio della forza, e non si fa scrupolo dell’uccisione e dell’imprigionamento  di civili inermi.
In Iraq le bombe - del cielo e della terra - non lasciano capire quale Stato vogliano gli iracheni, se quello disegnato dalla costituzione provvisoria oppure altro.
L’intervento di Amnesty International in questo rapporto sulla libertà di espressione è rimasto al di fuori di quanto accade lungo il Tigri e l’Eufrate per guardare alla condizione dei diritti delle donne e degli uomini toccati dal terzo conflitto iracheno negli Stati limitrofi. 

Arabia Saudita  

Nel 2003 il tema delle riforme è stato discusso in Arabia Saudita, in seguito alla presentazione di due petizioni, la prima
ad opera di oltre 100 intellettuali e la seconda, sottoscritta da 350 intellettuali, contava 51 donne tra i firmatari. Un ruolo senza precedenti nel dibattito sulle riforme è stato svolto dalle donne e, la questione dei diritti delle donne, è stata spesso al centro delle discussioni condotte da funzionari governativi e dai media in generale. Alcune donne hanno anche preso parte a manifestazioni ed alcune hanno visto le proprie storie pubblicate, eventi impensabili fino a poco tempo fa. Tale dibattito è però proceduto con l’intensificarsi di episodi di violenza che hanno provocato molte vittime.
Centinaia di persone sono state arrestate solamente per aver espresso critiche nei confronti dello Stato o a seguito di manifestazioni che hanno avuto luogo in occasione di una conferenza internazionale svoltasi in ottobre a Riyadh dal titolo “Diritti umani in guerra e in pace?”. Sembra che alla conferenza, a cui Amnesty International non è stata invitata, lo stato dei diritti umani nel regno saudita non sia stato toccato. Le autorità saudite, subito dopo i fatti, hanno annunciato che coloro che avevano preso parte alle proteste sarebbero stati puniti con lo scopo di prevenire simili manifestazioni anche in futuro.
Particolarmente grave risulta il caso di Um Sa’ud, una donna di 60 anni, arrestata in ottobre per aver preso parte a alla suddetta manifestazione in cui chiedeva la restituzione del corpo del figlio morto durante un incendio avvenuto in settembre nella prigione dove era detenuto. La stessa signora Sa’ud tratta in arresto con più di 270 persone, è stata condannata a 55 giorni di prigione.
Abd al-‘Aziz al-Tayyar, già direttore della Camera di commercio di Riyadh, è stato arrestato in settembre per aver criticato il governo durante un programma televisivo mandato in onda dalla stazione televisiva satellitare del Movimento per la riforma islamica in Arabia, un gruppo di opposizione con sede a Londra. All’inizio del 2004 era ancora in prigione, apparentemente senza che fosse stata formulata alcuna accusa nei suoi confronti o avesse avuto luogo un processo.

Nel 2004, i casi segnalati, hanno evidenziato una continuazione delle prassi prevalenti negli anni passati. In marzo fino a 11 persone, per la maggior parte professori universitari, sono state arrestate, e detenute presso la General Intelligence di Riyad, presumibilmente per aver criticato la Commissione nazionale per i diritti umani accusata di mancanza di indipendenza. Alcune persone sarebbero state rilasciate due giorni dopo l’arresto. Anche questo episodio sottolinea come i critici dello Stato siano spesso a rischio di detenzione indefinita senza la formulazione di accuse o lo svolgimento di un processo. Per gli altri arrestati la detenzione è continuata e Amnesty International ha espresso la propria preoccupazione riguardo al fatto che possa trattarsi di prigionieri di coscienza, detenuti solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e associazione.
Il 31 maggio 2004 Mazen Saleh bin Mohammed al-Hussein al-Tammimi è stato arrestato e poi detenuto, sembrerebbe per la sua partecipazione a un incontro tenutosi in Qatar il 27 maggio sulla questione dei detenuti nel Golfo, a Guantanamo Bay ed in Iraq.
Questo e altri episodi testimoniano come il godimento dei diritti umani, e in particolare di quelli alla libertà di espressione, in Arabia Saudita sia risultato travagliato e lungi dall’essere esaurito con l’adesione effettiva da parte del Regno ai trattati internazionali che tutelano la persona umana. 

Giordania 

Il regno Hascemita di Giordania è generalmente riconosciuto come uno dei paesi più moderni dell’area medio orientale sia in ragione di un approccio meno rigorista alla religione dell’Islam sia per i buoni rapporti diplomatici e commerciali con i Paesi occidentali. Tuttavia molte sono ancora le violazioni dei diritti umani che Amnesty International registra annualmente e che spesso sono favorite da una legislazione incline a concedere l’impunità a chi si macchi di determinati reati. 
La situazione generale è sembrata tendere a un miglioramento con la successione al trono nel 1999, del giovane Abdallah II. Il nuovo sovrano ha voluto inserire il Paese in un processo di modernizzazione e democratizzazione già avviato dal padre Hussein anche se non sono mancati segnali in senso contrario proprio in materia di garanzia della libertà di espressione. La presenza di quattro canali televisivi privati, di una rete pubblica, nonché la diffusione della ricezione satellitare e dell’uso del web sono in ogni caso elementi che vanno apprezzati in un contesto interno che rimane complesso. La società appare segnata, infatti, dalla forte presenza palestinese e da una costruzione sociale fondata, in particolare nelle aree rurali, dall’appartenenza al clan.   
Nel corso del 2003 decine di persone sono state arrestate, detenute e condannate in seguito ad un processo iniquo per aver cercato di dare spazio pubblico alla propria opinione. In altre occasioni la polizia è intervenuta a fermare alcune persone impegnate in manifestazioni contro la guerra in Iraq. E’ evidente che, anche in Giordania, si è dovuto registrare un peggioramento della condizione dei diritti a causa dell’imminente e poi reale terzo conflitto iracheno.  
19 persone sono state fermate dal Servizio Segreto alla fine di marzo del 2003, trattenute e rilasciate qualche giorno dopo senza accuse. Decine di persone sono state arrestate per sospetta appartenenza a gruppi terroristici. Ancora nel mese di marzo Fawas Zurayqat, uomo d’affari e manager dell’Arab Television (ATV), un nuovo canale satellitare in lingua inglese con uffici a Londra e Baghdad, è stato arrestato nel suo ufficio di Amman e sono stati sequestrati computers, documenti e compact disk. Fawaz Zurayqat è uno dei membri principali del Comitato di mobilitazione nazionale per la difesa dell’Iraq. Il 31 marzo è stato rilasciato senza accuse. La sua detenzione è apparsa correlata alle sue attività politiche e all’opposizione alle sanzioni imposte all’Iraq.

Al di fuori del Paese, il 17 marzo 2003 l’Emiro del Qatar ha concesso la grazia al giornalista giordano Firas Nassuh Salim Al-Majali ordinandone l’immediato rilascio. Pochi giorni prima, il 24 febbraio 2003 Firas, dipendente del Qatari Television Network era stato condannato a morte dalla corte d’appello del Qatar. Il giornalista imputato con l’accusa di aver rivelato ai servizi segreti giordani la posizione delle truppe Usa nel Paese, sarebbe stato in realtà trattenuto a causa di alcuni problemi diplomatici esistenti tra la Giordania e l’Emirato. 
Il giornalista Muhammad Mubaidin ha scontato una sentenza di sei mesi nella prigione di Jweidah dopo essere stato arrestato dalla Suprema Corte di Sicurezza a febbraio 2004 in connessione con un articolo apparso sul settimanale al-Hilal. Le accuse comprendevano l’aver pubblicato materiale che diffamava il Profeta Maometto e insultava la dignità dello Stato e delle persone con lo scopo dell’istigazione e per la pubblicazione di false informazioni. Altri due giornalisti di al-Hilal, arrestati in relazione allo stesso articolo, sono stati rilasciati dopo il processo e dopo oltre un mese di prigione.
Le aumentate tensioni con i Paesi limitrofi dovute al conflitto iracheno, hanno condotto le Autorità a perseguire con maggiore determinazione anche quei giornalisti ed editori che hanno espresso la propria opinione sulle relazioni internazionali tenute dalla Giordania. L’editore Rimawi ha affermato, il 22 settembre 2004, che la censura si sta inasprendo sempre più nonostante il governo continui a negarlo. E’ stata impedita la pubblicazione del suo settimanale Al Majd perché il governo ha ritenuto che avrebbe danneggiato gli interessi del paeseIl settimanale censuratoconteneva un rapporto sulle forniture di petrolio del golfo alla Giordania e sulla cooperazione commerciale tra Israele e il regno Hascemita. Lo stesso editore era stato incarcerato per diversi giorni in maggio dopo aver scritto un editoriale considerato dannoso per i rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita e, per questo, l’uscita del settimanale era stata bloccata per due mesi.
In quegli stessi giorni il Ministro di Stato e Portavoce del Governo Asma Khader teneva un incontro con gli editori dei settimanali affinché si unissero alla società civile e ai partiti per supportare l’approvazione degli emendamenti alla Legge sulla Stampa. Novità normative con le quali si intenderebbero offrire ulteriori garanzie all’esercizio della professione di giornalista.    
Garanzie che, oltre ai giornalisti, sarebbero dovute anche a chi come Ibrahim Hamdi ‘Atia Mursi è stato arrestato dal servizio segreto e portato nel quartier generale dove, trattenuto senza alcuna accusa, è stato ripetutamente interrogato sulla sua intenzione di aprire un gruppo di Amnesty International in Giordania.  

Iran

La Repubblica Islamica dell’Iran è costituzionalmente incardinata nell’interpretazione che dello sciismo duodecimano è stata data dall’Ayatollah Khomeini attraverso l’istituto del Velayat-e Faqih, ovvero del Governo del Giureconsulto. La costruzione di uno Stato in cui il clero sciita ha preso possesso delle più importanti cariche istituzionali, insieme ad una lettura rigorista della Shari’a in un Paese che con la dinastia Pahlavi ha conosciuto decenni di stato secolare, ha creato oggi un’esperienza anomala estremamente interessante, se non fosse giocata sulla pelle di milioni di iraniani che soffrono per la violazione dei propri diritti.
Molte delle forze del Paese sono, infatti, quotidianamente impegnate nel perseguire chi tenta di dibattere il modello dei poteri costituzionali. Tutti coloro che esprimono il proprio dissenso sono assoggettabili all’arresto, alla carcerazione, ad un processo senza avvocato o a porte chiuse, alla tortura e a condanne crudeli ed inumane, alla pena di morte.
La costituzione iraniana garantisce la libertà di espressione ma ne subordina l’esercizio al rispetto delle condizioni dettate dalla legge, condizioni che devono tutelare in primo luogo i sacri principi dell’Islam e l’ordine pubblico. Il rinvio alla legge ordinaria non offre tuttavia alcuna tutela. Le norme incriminatici non sono formulate secondo il principio di tassatività della condotta e ciò consente al giudice ampio potere di decidere se un pensiero riportato in forma scritta o parlata corrisponde a "propaganda contro lo stato", "propaganda contro le autorità religiose", "vendita di informazioni al nemico" o "insulto alla religione". Ricordiamo, tra gli altri, che il reato di insulto alla religione può costare anche la pena di morte.
La magistratura dipende sia politicamente che funzionalmente dalla Guida della Rivoluzione – la massima carica dello Stato - che ne nomina i vertici mentre il Parlamento, il Majlis è in realtà un’assemblea legislativa di natura consultiva, dato che le leggi che approva devono essere sottoposte al Consiglio dei Guardiani che ne verifica la corrispondenza ai principi dell’Islam. In questo modo tutti i progetti di legge che intendono adeguare la legislazione iraniana agli standard internazionali sui diritti umani vengono puntualmente fermati.
Nel 1997, dopo quasi vent’anni dalla proclamazione della Repubblica Islamica d’Iran i riformisti guidati da Khatami hanno vinto le elezioni promettendo libertà, diritti, riforme. Poi l’onda del cambiamento ha cominciato a perdere forza. Nel febbraio 2004 i conservatori guidati da Khamenei sono riusciti, utilizzando sia i poteri costituzionali sia le altre forze sotto il loro controllo a riprendersi lo spazio che in parte sembrava avessero perso. Il Parlamento iraniano è oggi dominato in modo preponderante dallo schieramento dei conservatori. E’ cessato anche il tempo in cui il Parlamento controllato dai riformisti aveva consentito una dialettica politica, per quanto durissima, attraverso disegni di legge approvate e poi rigettate dal Consiglio dei Guardiani.
In questo contesto le aggressioni alla libertà di espressione sono quotidiane.                               
L’11 giugno del 2003 una piccola protesta all’interno dell’Universita’ di Tehran ha ben presto trovato un vasto appoggio popolare. A farne le spese una giornalista e foto reporter con doppia cittadinanza iraniana e canadese, Zahra Kazemi. Arrestata mentre prendeva immagini fuori del carcere di Evin è morta il 13 luglio in un ospedale gestito dalle Guardie della Rivoluzione. Le dichiarazioni successive al fatto da parte di esponenti del governo e, soprattutto, il processo svoltosi nel corso del 2004 hanno messo in luce le responsabilità’ dei servizi segreti e della stessa magistratura guidata nella capitale dal procuratore Mortazavi. Amnesty International non ha mancato di sottolineare la propria insoddisfazione circa le modalità con le quali si è giunti all’accertamento della verità processuale mentre il governo canadese ha portato la questione del rispetto dei diritti umani in Iran davanti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Intanto le Autorità hanno proceduto a decine di arresti, soprattutto tra studenti e intellettuali fino a fermare il 9 luglio in piena conferenza stampa, tre esponenti del movimento studentesco che presentavano una lettera aperta diretta al segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il 9 luglio non è stato scelto a caso. E’ infatti l’anniversario della sanguinosa incursione dei pasdaran nell'università di Teheran avvenuta nel 1999. Manucher Mohammadi è stato parte della storia di quei giorni, il 13 luglio 1999 fu arrestato e successivamente condannato a 7 anni di carcere. Uscito con permesso di una settimana nell’estate del 2003, concesse un’intervista a una radio di opposizione con sede negli Stati Uniti. Per questo motivo la condanna fu aumentata di due anni, fu torturato per 37 giorni e condannato a 30 frustate. Ahmed Batebi, noto anche per essere stato ritratto mentre mostrava la maglietta sporca del sangue di una vittima delle incursioni dei pasdaran, in novembre, approfittando di un breve periodo di libertà, ha avuto un colloquio con il Relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto e la libertà d’espressione in visita nel Paese e per questo è stato immediatamente riportato in carcere. Episodi affatto isolati che hanno preoccupato anche l'Unione Europea che dopo aver avviato un dialogo specifico sui diritti umani in Iran adesso sembra tentennare.
Il 10 ottobre 2003 una notizia inaspettata proveniente dalla Svezia gela le Autorità iraniane, il premio nobel per la pace viene attribuito alla avvocatessa iraniana Shrin Ebadi, uno tra i difensori dei diritti umani più noti del Paese, vittima anch'essa delle attenzioni del regime.
Nell’ottobre 2003 Arzhang Davoodi viene arrestato dopo aver partecipato alla registrazione di un video documentario nel quale ha criticato le Autorità iraniane. Portato davanti al giudice per tre volte ed invitato a firmare una confessione ha, fino ad adesso, rifiutato nonostante le torture delle guardie della rivoluzione.
Lo scrittore e giornalista Amir Abbas Fakhravar condannato per diffamazione a causa delle opinioni espresse in un suo libro, nel marzo del 2004 viene sottoposto alla “tortura bianca”. Privato di qualsiasi oggetto che non fosse di colore bianco, rimane segregato in una stanza dello stesso colore senza la possibilità di sentire alcun rumore o voci. Siamak Pourzand sta scontando 11 anni di carcere per alcune dichiarazioni orali espresse contro l’establishment iraniano. Durante la detenzione ha già subito un infarto che lo ha ridotto anche al coma sta rischiando la sedia a rotelle per una grave malattia che gli sta assottigliando il midollo spinale. Nel marzo del 2003 ha rifiutato di denunciare presunti cospiratori in una trasmissione televisiva. Siamak Pourzand ha 74 anni. La moglie Mehrangiz Kar ha lasciato il Paese ma continua a lottare per la sua liberazione.

Il giornalista indipendente Ensafali Hedayat non ha fatto in tempo a scendere dalla scaletta dell’aereo che il 17 gennaio del 2004 lo aveva riportato a Teheran che è stato arrestato per aver partecipato a Berlino ad una conferenza con più di 800 delegati in cui si era discusso del futuro del Paese. Non è raro che diversi prigionieri politici vedano aumentare la durata della propria detenzione in seguito a dichiarazioni rilasciate ai mezzi di comunicazione.
Nel luglio del 2004 il ministero degli Interni ha finalmente autorizzato la Società per la Difesa dei Diritti dei Prigionieri ad esercitare le proprie attività statutarie; senza questa autorizzazione la società sarebbe stata illegale. La Società aiuta in vario modo le famiglie dei detenuti. I suoi membri fondatori,
Emaddedin Baqi e Mohammad Hassan Alipour sono di frequente oggetto di procedimenti penali instaurati in relazione alla loro attività di giornalisti. Il primo, in particolare, dopo essere anche finito in carcere ripetutamente tra il 2000 e il 2003 per essersi opposto con i propri articoli alla pena di morte, è attualmente sottoposto a giudizio per aver scritto un libro dal titolo “La tragedia della democrazia in Iran”.
Altri quattro noti intellettuali sono stati condannati nel corso del 2003 in relazione ad un sondaggio dal quale è emerso che il 74% degli intervistati è favorevole a relazioni amichevoli con gli Usa. Mohsen Sazegara noto giornalista ed editore è stato arrestato il 15 luglio del 2003 per aver chiesto tramite il proprio sito web un profondo cambiamento della Costituzione iraniana. Subito dopo l’arresto, nonostante un cuore malandato, ha portato avanti lo sciopero della fame per 54 giorni fin quando, a causa delle condizioni disperate, è stato ricoverato in ospedale una prima volta, ma appena riportato nel carcere di Evin ha ripreso lo sciopero della fame per altre tre volte.
La vitalità della stampa iraniana è nota. Quotidiani e periodici  vengono chiusi o interdetti alla vendita mentre nuovi giornali tentano di riprendere il testimone. La televisione e la radio sono per lo più impraticabili per chi non esprime un pensiero conforme all’ortodossia. Per questo motivo, soprattutto le giovani generazioni che riescono a connettersi alla rete, cercano di accedere alle informazioni o di esserne essi stessi fonte attraverso siti o blog. Le Autorità sembrano tollerare, di massima, lo strumento elettronico, forse ritenendo che esso raggiunga minima parte dei quasi settanta milioni di iraniani, ed in ogni caso giornalisti e intellettuali che usano  per il web per continuare ad osare la libertà di espressione sono pesantemente puniti.
Amnesty International ha ripetutamente chiesto alle Autorità iraniane di conformarsi agli standard internazionali che tutelano la persona umana. La tortura, la fustigazione, ostacolare l’accesso ad un avvocato o alle cure mediche durante la carcerazione, le percosse, l’arresto e la detenzione prolungata senza che venga formulata alcuna accusa, l’impunità di cui godono le forze sotto diretto o indiretto controllo statale, le pressioni esercitate su intellettuali, giornalisti, studenti, docenti, clero dissidente, una pluralità di sistemi giudiziari che non garantiscono lo svolgimento di un processo giusto devono essere corrette e eliminate per adeguare la repubblica iraniana ai trattati e alle convenzioni che essa stessa ha ratificato. 

Stato d’Israele/Autorità Nazionale Palestinese/Territori Occupati

La questione della libertà di stampa in Israele e, soprattutto, nei Territori Occupati è molto complessa. In Israele i giornalisti israeliani godono di un buon grado di libertà e i principali giornali, da Haaretz e Maariv al Jerusalem Post e Arutz Sheva (per citarne alcuni) criticano apertamente le autorità governative a diversi livelli. La società è ricca di una pluralità di voci che provengono da tutto lo spettro politico e dalla società civile in generale.
Esistono tuttavia vari episodi di detenzione e di intimidazione riguardanti sia giornalisti stranieri che palestinesi in particolare. Intanto L’IDF, le forze armate israeliane, non gradiscono che cameraman e fotografi, amatoriali o professionisti, riprendano o fotografino azioni militari israeliane. Sono molti i casi di persone fermate con varie accuse, tra cui lo spionaggio, per avere tentato di filmare azioni militari israeliane. Uno dei casi più recenti riguarda un ragazzo italiano detenuto per alcuni giorni con l’accusa di avere filmato un’operazione militare e di essersi poi rifiutato di consegnare il materiale. Si rischia di arrivare poi a casi estremi in cui la tensione sul campo porta a conseguenze irreparabili. E’ il caso del giovane inglese Thomas Hurndall ucciso in circostanze ancora da chiarire. Il suo uccisore - un militare attualmente sotto processo - avrebbe ammesso di avere sparato ad un uomo disarmato. Un’ulteriore esempio riguarda un giornalista inglese Peter Hounam arrestato e rilasciato senza spiegazione. Il giornalista, nel 1986, aveva pubblicato i dettagli del programma nucleare segreto israeliano, rivelategli dall’esperto nucleare israeliano Mordechai Vanunu, rilasciato di recente dopo 18 anni di galera .

Casi di violazioni della libertà di espressione possono, tuttavia, essere celati a causa del ricorso frequente delle autorità israeliane allo strumento della “detenzione amministrativa”. La detenzione amministrativa consente, attraverso l’emanazione di un ordine militare la carcerazione fino a sei mesi, e molto oltre, senza processo e senza che venga formulata alcuna accusa. Pertanto molti prigionieri palestinesi si sospetta che potrebbero essere potenziali detenuti per motivi di opinione. Un esempio è dato dal caso di Tali Fahima, una giornalista palestinese di 28 anni, detenuta per essere solo stata sospettata di contatti con alcuni esponenti dei gruppi armati palestinesi.
Per quanto riguarda la libertà di stampa palestinese c’è da sottolineare un notevole cambiamento, dovuto allo scoppio dell’attuale intifada e allo sgretolarsi delle già traballanti e strutture politiche e amministrative dell’Autorità Palestinese (ANP). Nel periodo di Oslo (1993-2000) era severamente vietato per i giornalisti palestinesi criticare il processo di pace o Arafat. Erano molto frequenti le intimidazioni, i maltrattamenti, la detenzione e anche la tortura da parte delle forze di sicurezza palestinesi. Tra gli altri, l’arresto e la detenzione del giornalista Maher al-Alami, imprigionato per non avere trattato una notizia in modo gradito ad Arafat e quello di Maher Dasuki, un popolare presentatore televisivo che nel suo programma aveva mandato in onda alcune telefonate di madri molto critiche nei confronti di Arafat. Dasuki, imprigionato per 20 giorni, fu rilasciato dopo forti pressioni internazionali. 

Siria 

L’ascesa al potere del trentaquattrenne Bashar al-Assad nel giugno 2000, in seguito alla morte del padre Hafez, era stata accompagnata da timide speranze relative all’inizio di un processo di liberalizzazione del regime e all’avvio di un processo di estensione del godimento dei diritti umani, tra cui quelli, essenziali per la partecipazione alla vita sociale e politica, alla libertà di assemblea e di espressione. La società civile siriana sfruttò, soprattutto il primo anno, un clima di maggiore apertura. A distanza di qualche anno, la “Primavera di Damasco” sembra sfiorita.
Durante il 2003 i difensori dei diritti umani hanno subito vessazioni, sebbene in generale essi abbiano potuto svolgere apertamente le proprie attività. Quattordici attivisti per i diritti umani sono stati arrestati dalla polizia nell’agosto durante una conferenza riguardante il 40esimo anniversario della dichiarazione dello stato di emergenza in Siria. La libertà di espressione continua a essere considerevolmente limitata e nell’agosto 2003 è stato chiuso l’unico settimanale satirico siriano, Al-Domari. Decisioni in merito a casi di giornalisti sono state pronunciate dalla Corte di sicurezza suprema di Stato e da tribunali militari, le cui procedure non hanno seguito gli standard internazionali relativi al giusto processo.
Una menzione particolare va dedicata alla questione dei curdi siriani.
Vari dimostranti curdi sono stati arrestati in seguito a manifestazioni pacifiche in cui si chiedeva una maggiore tutela per i diritti dei curdi siriani. Va notato en passant che circa 1 milione e mezzo di curdi vivono in Siria, in particolare nel nord est del paese,  e circa 150.000 di loro si vedono negare la nazionalità siriana e il godimento di diritti civili. In generale, va segnalato come le autorità siriane impongano pesanti restrizioni sulla produzione e la circolazione di prodotti culturali curdi, inclusi libri e musica. Il loro diritto alla libertà di espressione può considerarsi seriamente compromesso. In passato curdi siriani sono stati detenuti dalle autorità siriane senza accuse specifiche per la loro partecipazione nell’organizzazione di attività culturali curde, comprese le celebrazioni per il Nuovo anno curdo (Nawruz). Amnesty International ha ripetutamente segnalato come la Siria sia tenuta a rispettare il Patto internazionale sui diritti civili e politici di cui è Stato parte.
Per ciò che concerne il 2004, in un contesto regionale e internazionale che resta estremamente delicato per questo paese, sembra difficile intravedere rilevanti segni di inversione di rotta in merito alla possibilità di esercizio dei diritti in questione. Qualche esempio permette di farsene un quadro istruttivo, per quanto sommario.
L’uso della tecnologia moderna a fini comunicativi è sottoposto a considerevoli restrizioni. Nel marzo 2004 si è svolto il processo di persone arrestate l’anno precedente per aver usato internet navigando in siti contenenti informazioni di carattere politico o per aver spedito articoli per via elettronica. L’accesso a internet è strettamente monitorato dalle autorità e per averne un accesso senza restrizioni bisogna collegarsi con providers dei paesi confinanti.
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Anche la libertà di assemblea fatica a farsi strada. Decine di studenti dell’Università di Aleppo sono stati espulsi in seguito alla loro partecipazione a una protesta pacifica nel febbraio 2004 contro una legge che prevede la cessazione dell’impiego garantito per i laureati in ingegneria.
Il godimento dei diritti umani in Siria in generale, e dei diritti alla libertà di assemblea e di espressione in particolare, va considerato sullo sfondo della legge sullo stato di emergenza che, nel marzo 2004, ha compiuto quarantun anni e che ne facilita il ricorrente mancato rispetto. In base a tale legge alle autorità è permesso di imporre la censura sulla corrispondenza, le comunicazioni e sull’informazione fornita dai media. Al tempo stesso è concessa l’istituzione di corti speciali per i casi politici e concernenti la sicurezza dello stato, nel corso dei quali non vengono seguite le ordinarie procedure e non sono fornite le abituali garanzie. Nel 2001 il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, incaricato di monitorare il sopraccitato Patto, ha formalmente invitato la Siria a abrogare la legge in questione il più presto possibile. Passo per il momento non compiuto e questione ancora aperta. Ne è un relativamente recente esempio l’arresto nel marzo 2004, con conseguente rilascio il giorno stesso, di manifestanti che protestavano contro la legge sopra menzionata  

Amnesty International: una comunità mondiale di attiviste e attivisti per i diritti umani  

Amnesty International (AI) è un’organizzazione non governativa indipendente per il rispetto dei diritti umani, fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson. Conta attualmente quasi due milioni di soci, sostenitori e donatori in più di 140 paesi; la sede centrale è a Londra. La Sezione Italiana di AI, costituitasi nel 1975, conta oltre 80.000 soci; la sede nazionale è a Roma.
AI svolge ricerche ed azioni per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all’integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione. Nell’ambito della propria opera di promozione di tutti i diritti umani, AI organizza attività di natura educativa e formativa e campagne di pressione e sensibilizzazione.
AI, inoltre, denuncia gli abusi commessi dai gruppi di opposizione, assiste i richiedenti asilo politico, sostiene la responsabilità sociale delle imprese e si batte per un trattato internazionale sul commercio di armi.

Ogni anno, rappresentanti di AI visitano decine di paesi per portare la propria solidarietà alle vittime di violazioni dei diritti umani, svolgere ricerche, assistere a processi ed incontrare autorità e organismi locali per la difesa dei diritti umani.

Attualmente AI sta portando avanti una campagna mondiale intitolata “Mai più violenza sulle donne”. La Sezione Italiana è inoltre impegnata per ottenere l’introduzione del reato di tortura nel codice penale e una legge specifica sul diritto d’asilo. 

Amnesty International – Sezione Italiana
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