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In esilio nel proprio paese
di Saad Kiwan
redattore del quotidiano libanese Assafir (1)

   

 
In una torrida mattina del caldo luglio dell’estate scorsa decisi di andare a votare per eleggere un nuovo direttivo del sindacato dei giornalisti libanesi professionisti. Non avevo mai esercitato questo mio diritto prima. Avevo quel giorno una strana voglia di partecipare, di esprimere una mia scelta libera nell’urna. Conoscevo pochissimi di quei colleghi candidati, tra i quali uno con cui lavoro fianco a fianco nello stesso giornale. Di quelli che sedevano da lunghi anni nel direttivo non conoscevo invece nessuno.
Arrivato al seggio con mia grande sorpresa mi fu detto che il mio nome non figurava nella lista degli aventi diritto al voto. Ma come? Tirai fuori il mio tesserino da giornalista... ma non ci fu verso. Protestai e ancora protestai e alla fine tornai a casa accompagnato da tutta l’amarezza possibile.
Nel primo pomeriggio, le agenzie locali cominciarono a diffondere la notizia sull’esito del voto. La lista del presidente uscente era stata eletta  all’unanimità! Poi arrivarono le dichiarazioni euforiche del nuovo-vecchio presidente che cito testualmente: «E’ stata una grande prova di  democrazia... sono stato eletto per la decima volta con il cento per cento dei voti (1082 voti su 1082 votanti)». Poi aggiunse: «Il risultato era già scontato da una settimana perché oltre ai miei candidati colleghi nessuno altro si era presentato. E’ stato un referendum, un plebiscito».
Subito dopo, piovvero gli auguri del Presidente della repubblica e quelli del Presidente della camera. Poi, a seguire, si precipitarono uno per uno diversi ministri del governo, tra i quali un paio provenienti dal mondo del giornalismo. Dappertutto furono baci e abbracci per la grande prova di democrazia!
Il “neo-eletto” presidente sta a capo del sindacato da oltre quarant’anni, e viene “eletto” sempre con la stessa “trasparenza”. Il segreto? Di Pulcinella naturalmente, questo signore non è un semplice giornalista, bensì un editore che butta sul mercato una quindicina di pubblicazioni che vanno da un quotidiano, a tre settimanali in diverse lingue e a una decina di riviste della vita mondana, moda e tempo libero. Il suo posto, caso mai, dovrebbe essere nella federazione dei proprietari dei giornali.
In più, l’associazione si è trasformata con lui in una casta chiusa, dove vige clientelismo e servitù. Dove i diritti dei giornalisti diventano oggetto di mercanteggi e ricatti. Aderire all’albo, poi, invece di essere un diritto acquisito, verrà acconsentito ai nuovi quando pare e piace, ogni due o tre anni. Mentre gli altri colleghi membri del direttivo sono in pratica dei “giornalisti-rappresentanti” di diversi quotidiani, oramai in gran parte non più praticanti, quasi impiegati d’ufficio.
Quando il mio collega è rientrato il giorno dopo al giornale l’ho subito apostrofato con un: «Ma non ti sei vergognato? Come è possibile una cosa del genere, una votazione senza neanche una scheda bianca?» Mi ha risposto: «Cosa vuoi, è stato sempre così...» Ho replicato: «Perché partecipi allora?» A questo punto ha scosso la testa: «Caro mio, qui non si può cambiare niente».
Ricordo che la mia rabbia mi spinse a scrivere un pezzo prendendo di petto le elezioni-farsa, il dinosauro-presidente e tutta la classe politica che lo sostiene e lo copre. Avevo già deciso di piazzarlo in terza pagina. All’ultima riunione serale di redazione, quella per definire la prima pagina e il titolo del giornale, espressi al mio direttore-proprietario del giornale tutto il mio dissenso, chiedendogli di leggere quello che avevo scritto. Lui sfogliò il pezzo, poi mi disse: “Sono perfettamente d’accordo con te, è una cosa ignobile... però, sai, ho un giornale da proteggere e ci sono di mezzo dei colleghi... forse è meglio se lo pubblichiamo nella pagina dei commenti”. E così avvenne!
Ma, non finì qui. La mattina del giorno dopo  cominciò a squillare il mio cellulare. Amici, colleghi e non, lettori che si complimentavano con me per il pezzo. Ma anche politici. Altri, invece, soprattutto colleghi, mi telefonarono rimproverandomi perché secondo loro avevo preso di mira un “intoccabile”...
Qualche giorno dopo, mi arrivarono “messaggi” tramite il mio collega di giornale dal dinosauro-presidente che mi proponeva di andarlo a trovare. Da anni era la prima volta che  qualcuno “osava” attaccare a mezzo stampa la casta e il suo operato. Lo stupore del personaggio in questione era talmente grande che sconfinava con la “felicità di trovarsi di fronte finalmente a un dissenso da calpestare”. 
Ho voluto raccontare questa mia piccola storia, che sicuramente tanti altri come me hanno vissuta in diverse parti del mondo, come esempio per illustrare lo stato comatoso della libertà di stampa e di espressione nel paese che una volta è stato definito come “oasi di democrazia” nel Medio Oriente e nel mondo arabo, dove tuttora regnano regimi autoritari, senza distinzione tra quelli presidenziali, repubblicani o monarchici.
La stampa libera è stata una delle caratteristiche della vita politico-culturale del paese del Cedro, già prima dall’indipendenza (nel 1943). Parecchi giornalisti furono impiccati durante l’epoca della lotta contro il mandato francese negli anni trenta. Negli anni, poi, sessanta e settanta la stampa era diventata davvero il “quarto potere”. I quotidiani erano fioriti come funghi. L’articolo di un editorialista allora scuoteva il mondo politico, mentre l’arresto, come successe una volta, di un direttore fece cadere il governo. Illustri giornalisti diventarono politici e uomini di governo. Era proibito e proibitivo allora toccare la stampa.
Nei paesi arabi, la stampa è stata sempre stampa di regime. Quella libanese, al contrario, era anche una specie di “polmone” per tutti coloro che in quei paesi non trovavano il modo per esprimersi. La repressione era (lo è tuttora) una “normale amministrazione”...
Col tempo, la nostra stampa ha fatto anche “da scuola” per i mezzi di informazione che via via spuntavano in giro nella regione negli anni novanta, e oggi i giornalisti libanesi affollano le televisioni satellitari arabi in giro per il mondo.
Però questo “lusso” di cui hanno goduto i libanesi per lungo tempo è diventato oggi una specie di gabbia. Oggi, in Libano, esistono una dozzina di quotidiani, e oltre cento tra settimanali e riviste di vario genere e sei reti televisivi. Ma se è vero che tali numeri sono formidabili per un piccolo paese che conta appena quattro milioni di abitanti, va detto pure che i quotidiani oggi sono in pratica una fotocopia l’uno dell’altro. Cresciuti soltanto in numero, non sono espressione di libertà e pluralismo. La maggioranza della carta stampata e delle tv dicono la stessa cosa, parlano quasi lo stesso linguaggio, si copiano continuamente e allo stesso tempo si annullano.
Le stesse “parole d’ordine” marciano ugualmente nei telegiornali e nelle prime pagine dei quotidiani, con qualche distinguo poco importante. Le dichiarazioni del Presidente della repubblica (ex capo dell’esercito legato mani e piedi alla Siria) sono sempre “sacrosanti”, a prescindere dal contenuto e dalla loro importanza. E le foto dei suoi ricevimenti quotidiani nel palazzo occupano gli schermi e campeggiano nelle prime pagine o in seconda. Le notizie che riguardano la sua attività (di solito ricevimenti) arrivano nelle redazioni direttamente dal palazzo, insieme al consiglio di non “lavorarle”. Stesso discorso vale, anche se in misura minore, per le notizie che riguardano il Primo ministro, uno spregiudicato uomo d’affari con doppia cittadinanza libanese e saudita, che mantiene ottimi rapporti con la Francia di Jacques Chirac, e non meno importanti con gli Stati Uniti e le altre capitali che contano.
Tra Presidente e Primo ministro “navigano” i deputati che devono i loro seggi a l’uno o l’altro, con qualche eccezione. In realtà tutta la classe politica libanese si muove dentro la “gabbia siriana” e ciò non può che incidere pesantemente sui media del Paese visto che la “grande politica” libanese è decisa dal “protettore siriano”. Finché si tratta di beghe tra politici interni si può scrivere più o meno quel che si vuole, ma sulle decisioni e scelte “strategiche” interviene la mano pesante di Damasco e le linee diventano subito invalicabili.
In tal caso tutti o quasi si adeguano e il lettore può una mattina imbattersi facilmente negli stessi titoli e nelle stesse notizie in prima pagina.
Omertà e servilismo la fanno quindi da padrone!
Può ad esempio la chiusura di una rete televisiva, cioè un mezzo di comunicazione e una tribuna per esprimere opinioni libere e diverse, magari opposte tra di loro – e quindi un esercizio di democrazia – non trovare una solidarietà piena e incondizionata di tutto il mondo del giornalismo? In Libano succede anche questo. La rete privata MTC
(2) è stata ermeticamente chiusa per volontà del regime con il pretesto di “aver violato” la legge del sistema radiotelevisivo facendo “campagna elettorale” per una parte politica dell’opposizione. E la rete è tuttora chiusa.
Un proverbio arabo rispecchia perfettamente lo stato delle libertà di stampa e di espressione nel Paese dei Cedri: “Andare in pellegrinaggio quando tutti ormai sono di ritorno non è buona cosa”. Vale a dire, in Libano (e ovviamente in tutta la regione) viviamo un’inversione di tendenza; una stampa di regime, compiacente e servile si scontra contro un mondo dell’informazione ormai globalizzato in cui il lettore-cittadino ricorre sempre più alle tv satellitari, finora fuori dal controllo dei governi, per cercare di capire quello che succede nel suo paese.
Una situazione paradossale (o schizofrenica?) che mi si sta stringendo addosso quasi come una camicia di forza e che mi impone domande fin troppo difficili e a cui non so sempre rispondere, anche dopo 25 anni di attività da giornalista.
Se non esiste una libertà di stampa è possibile che ci sia una libertà di espressione per la gente? E la società civile come può, in questa situazione, rappresentarsi o semplicemente confrontarsi?
Domande, domande, a volte mi dico che non è giusto continuare ad interrogarmi mentre, nella realtà, il sentimento dominante è quello di essere “fuori di me stesso”. Di essere un giornalista “in esilio” nel mio paese, nel quale ho voluto tornare dopo un decennio di lavoro all’estero.
Sono veramente immune all’omologazione?
Sono veramente diverso dai lacchè dell’informazione?
Domande, ancora domande.
Nel dubbio mi rifiuto.
Nel dubbio continuerò a resistere. E a sperare.

 

E’ il secondo tra i giornali più diffusi nel Paese. Di tendenze progressiste, molto attento alle problematiche sociali e con una visuale aperta su tutto il mondo arabo
 
Nel luglio 2002 un servizio televisivo di MTV – di proprietà di una famiglia di editori cristiano-maronita – contro la presenza siriana in Libano provocò una crisi politica nei rapporti tra Damasco e Beirut. Il caso fu ampiamente amplificato dalle prese di posizione dei partiti filo-siriani e dalle dichiarazioni delle autorità religiose maronite. All’insaputa del governo, settori dei servizi segreti legati alla Siria, indussero un giudice ad emettere un decreto di oscuramento del segnale. Si rischiò la crisi di governo, anche per l’immediata protesta di tutti i media libanesi e per le manifestazioni di piazza a favore della riapertura sia della televisione, sia della stazione radio. Il caso è tuttora irrisolto. A pagare il prezzo più alto sono stati i giornalisti e i dipendenti del gruppo che sono rimasti senza lavoro.
   
 
   
   

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