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‘Il caos
delle armi’
Sin dal settembre 2000, il
Medio Oriente è coinvolto in un altro dei sui conflitti infiniti e letali. La
nuova rivolta è nota come ‘Intifada al Aqsa’, ed è stata in parte innescata
dalla visita dell’allora capo dell’opposizione e ora primo ministro Ariel Sharon
alla Montagna del Tempio. Le sue origini tuttavia possono essere fatte risalire
fino all’era degli accordi di Oslo. Nonostante il termine ‘intifada’ sia
diventato noto già nel 1989, la presente rivolta presenta alcune caratteristiche
che non erano così predominanti prima di Oslo.
Tra i nuovi fenomeni c’è il cambiamento quantitativo e qualitativo della
resistenza armata. Mentre nella prima intifada gruppi di palestinesi erano scesi
nelle strade, armati di pietre e arnesi da cucina, la presente rivolta è
caratterizzata dai crescenti scontri con armi da fuoco. Nel dicembre 2002,
l’allora primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dato l’allarme
per il crescente uso di armi; una crescita che sperava di frenare. Il suo breve
governo era però impreparato ad affrontare il problema, e il suo successore,
Ahmed Qrei (Abu Ala’a), non è sembrato così ben disposto nel contrastare il caos
delle armi. Prima di Oslo, i palestinesi desideravano l’unità e la fine
dell’occupazione. Ma quando la prima intifada ha iniziato ad affievolirsi, sono
apparse le divisioni fra i palestinesi e sono diventate via via più profonde nel
corso degli anni. Il fallimento nel raggiungimento di un definitivo accordo di
pace ha contribuito a rafforzare i sentimenti di ostilità. È in gran parte a
causa di queste divisioni interne che i palestinesi hanno rivolto le loro
aggressioni e i loro sentimenti ostili contro altri palestinesi, un fenomeno che
questa ricerca tenta di analizzare. Come verrà spiegato, la principale causa
della violenza interna è la natura frammentata della società e del governo
palestinese. Contrapposti l’una all’altro ci sono corpi di sicurezza, gruppi
militari e alcuni dei membri delle più potenti famiglie delle città.
Nel corso della storia, i palestinesi sono diventati un grande melange di
culture diverse, caratterizzato dalla presenza di diverse religioni e diverse
ideologie politiche. Dare una breve introduzione storica aiuta a
contestualizzare l’esperienza palestinese e la violenza interna dell’intifada
al-Aqsa. Ovviamente tutte queste diversità devono essere analizzate in relazione
al conflitto con Israele.
Introduzione storica
Ridotti a coloni dagli
Ottomani e colonizzati in seguito dalla Gran Bretagna, al popolo palestinese è
stato negato un governo autonomo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Nonostante siano esistiti sentimenti e legami nazionali, non c’è stata
l’opportunità di esprimerli attraverso istituzioni politiche. Nel momento in cui
in tutti i paesi colonizzati dell’area si inizia il percorso che porterà alla
loro indipendenza, il popolo palestinese assiste impotente alla sua ‘al-nakba’
(catastrofe). La creazione dello stato di Israele nel 1948 disperde i
palestinesi in tutto il mondo arabo. La dispersione geografica e la condizione
di profughi hanno avuto un forte impatto sulla psiche dei palestinesi, e hanno
fatto aumentare le differenze di vedute e opinioni. Sono stati gli ‘esuli’
palestinesi ( non coloro che vivevano nella striscia di Gaza o nella West Bank )
a iniziare a formare associazioni e partiti politici, con il comune intento
della liberazione e del rimpatrio. In ogni caso, già a questo stadio embrionale
di formazione di partiti politici, i punti di vista palestinesi apparivano molto
diversi fra loro e spesso incompatibili gli uni con gli altri. Con l’ascesa di
Nasser e del panarabismo in Egitto, alcuni gruppi palestinesi chiesero
l’autodeterminazione all’interno di una più ampia struttura araba, mentre altri
proposero l’indipendenza palestinese e la sovranità nazionale. L’impatto
socialista al nazionalismo palestinese nell’era post ‘48 indebolì ulteriormente
una visione unitaria dello stato palestinese. È stata la caduta del nasserismo e
delle Repubbliche Arabe Unite (UAR), insieme con l’impotenza degli stati arabi
di aiutare i palestinesi nella richiesta della loro terra, che ha portato alcuni
gruppi autonomi palestinesi ad affrontare il problema a modo loro. Spuntano così
i movimenti dei Fedayeen, e ogni singolo partito nascente dello spettro
ideologico palestinese inizia a creare le proprie forze armate. Anche se tutti
questi gruppi erano fedeli all’obiettivo generale palestinese della liberazione
e del rimpatrio, ognuno aveva differenti punti di vista, differenti obiettivi e
anche differenti mezzi e piani per raggiungerli. La morte di Nasser e la
dissoluzione dell’UAR inaugurano un’era di consolidamento nazionale per gli
Stati Arabi. Per questo ogni nuovo stato arabo inizia, da allora, ad avere
all’ordine del giorno, e ognuno a modo suo, il ‘problema palestinese’. Il
sistema politico e le idee di tutti i paesi che ospitano i profughi palestinesi
influenzeranno il loro punto di vista, e ciò ha contribuito ad accentuare le
divergenze fra le diverse idee.
Dopo la guerra del 1967, la West Bank e la striscia di Gaza (fino ad allora
rispettivamente sotto il controllo di Giordania e Egitto) sono diventate parte
del nuovo Israele. Un altro orientamento è stato imposto ai palestinesi. Sino ad
allora, i diversi gruppi erano rimasti per lo più gli stessi, nonostante la
regione fosse stata tutt’altro che tranquilla. I profughi palestinesi
risiedevano nei paesi arabi vicini, e molti di loro avevano lasciato il Medio
Oriente rifugiandosi in America o in Europa. Nella stessa terra palestinese, i
palestinesi erano divisi in due categorie: coloro che risiedevano nello stato di
Israele – chiamati ora per motivi politici arabi-israeliani - e coloro che
vivevano nella striscia di Gaza e nella West Bank, che si trovano sottomessi a
una nuova forma di dominazione, detta ‘occupazione’. Ciascuno di questi gruppi
era diverso per aspirazioni, esperienze di vita e opinioni politiche. E anche
all’interno di ciascuno, le divergenze ideologiche e politiche erano
profondissime.
Durante la prima intifada, i palestinesi hanno provato a proporre unità nelle
loro diverse voci. Per la prima volta, persone con esperienze e convinzioni
diverse si sono unite con l’obiettivo di far cessare l’occupazione e di
stabilire un’entità politica indipendente. Questa implicita alleanza è stata
intesa da tutte le fazioni politiche come un gradino necessario verso la
creazione di uno Stato, rimandando al futuro le decisioni sulle direttive
politiche e sociali da dare allo Stato. Ma già nella fase finale dell’intifada,
le divergenze iniziarono ad aumentare e ad indebolire la superficiale e imposta
unità palestinese. Il processo di pace di Oslo era appena nato, e il fallimento
della soluzione del conflitto causò molti problemi. È stato durante gli anni di
Oslo che grandi carichi di armi arrivarono nelle città palestinesi, nonostante
parte degli accordi di pace imponessero ai palestinesi di limitare e controllare
l’entrata di armi. Senza nessuna speranza di pace, senza un controllo centrale e
in condizioni economiche e di vita sempre più disastrose, l’obiettivo dell’unità
e della fine dell’occupazione è come evaporato.
È con questo panorama di divisione che deve aver a che fare l’intifada al-Aqsa.
Questa seconda rivolta ha un carattere molto più militare, e comporta più
elevati livelli di violenza. La quasi totale rioccupazione israeliana delle
città e dei villaggi palestinesi peggiora ulteriormente la situazione, dando
agli estremisti una facile giustificazione per le loro aggressioni e i continui
scontri armati.
La reale estensione del problema palestinese è spesso tralasciata, in quanto si
tende a semplificare il significato del conflitto come israeliani contro
palestinesi. Questa immagine in bianco e nero del conflitto in Medio Oriente non
tiene conto delle ombre grigie presenti all’interno di ciascuna società. Per una
corretta analisi sulle prospettiva della società palestinese, non è sufficiente
essere al corrente delle opinioni dell’opposizione islamica o della voce
pseudo-ufficiale dell’Autorità Palestinese (PA). Una qualsivoglia chiarezza si
può ottenere soltanto esaminando i conflitti quotidiani tra le varie fazioni
politiche, famiglie e città che formano il mosaico della società palestinese.
Queste divisioni nel corso dell’intifada al Asqa hanno portato a una sempre più
violenta ‘Intra-fada’. Tra il 1993 e il 2003, il 16% delle morti di civili
palestinesi è stata causata da gruppi o individui palestinesi. L’obiettivo di
questa ricerca è di fare luce su questa oscura violenza interna in base
all’analisi di esempi concreti.
Armi fra i
palestinesi
Come molti altri gruppi o
nazioni, i palestinesi hanno assemblato e accumulato armi per alleviare e
controbilanciare un sentimento di insicurezza dovuto nel loro caso
all’occupazione e alle pratiche militari israeliane. Sfortunatamente, questo
folle armamento è stato accompagnato dall’assoluta mancanza di leggi e
dall’incapacità dell’autorità centrale di controllare e regolare l’uso e il
trasporto delle armi. Per i palestinesi il possesso di armi è diventato
socialmente legittimato, perché legato alla necessità di un’autodifesa. È
paradossale come l’arrivo delle armi nel paese sia stato giustificato dalla
necessità di aumentare il senso di sicurezza, quando invece l’effetto di una
Palestina armata fino ai denti genera una sempre maggiore insicurezza ed erode
progressivamente lo sviluppo della società palestinese.
La questione delle armi è stata recentemente sollevata nuovamente in una
discussione palestinese su un possibile “cessate il fuoco” (hudna). La natura
sensibile di una tale iniziativa è stata chiaramente espressa da alcune figure
pubbliche: «E’ chiara la necessità di smantellare le infrastrutture delle
fazioni militari e di raccogliere le loro armi. Ma i dirigenti nell’ufficio del
primo ministro (dell’Autorità Palestinese) riferiscono di aver detto agli
americani e agli israeliani che non possiamo e non vogliamo farlo». L’accento di
questa dichiarazione dovrebbe essere posto sulle parole “non possiamo”, ovvero
“l’Autorità Palestinese non è in grado di raccogliere le armi”. Con la sua
autorità e la sua legittimazione in declino, un simile tentativo significherebbe
la fine. È per questa ragione, e per il timore di una guerra civile, che le
autorità non vogliono portare avanti un piano di disarmo. L’ambiguità
dell’Autorità Palestinese sulla questione delle armi deve essere vista come una
tattica di preservazione. Se l’ordine di disarmo non venisse seguito, il fragile
legame che tiene unita la PA crollerebbe, e la legittimità di governare e
rappresentare il popolo palestinese ne verrebbe notevolmente minata.
Esempi di casi di
violenza interna fra i palestinesi
La principale causa della
violenza intra-palestinese è legata al conflitto con Israele e alla mancanza di
unità del popolo palestinese. Naturalmente, l’unità palestinese è minata dalle
attività israeliane. Non è chiaro a quale delle due parti si debba attribuire la
causa originaria di questa situazione. Senza l’occupazione israeliana, i
palestinesi avrebbero meno difficoltà ad organizzarsi e ad unirsi. D’altra
parte, se i palestinesi fossero uniti, potrebbero affrontare più efficacemente
l’occupazione della striscia di Gaza e della West Bank. In ogni caso al momento
è impossibile rispondere a una simile domanda.
Caratteristiche
sociali tipiche della Palestina
Nel corso della storia
spesso gli individui oppressi, sottomessi e combattuti se la sono presa gli uni
con gli altri. L’occupazione e le condizioni di guerra in cui vivono i
palestinesi incrementano le ostilità interne e la perdita delle libertà civili.
Dal momento che i palestinesi si sono abituati alla vista e all’uso delle armi,
e sono continuamente sottoposti ad abusi verbali e fisici nel contesto
dell’occupazione militare, un semplice diverbio verbale può trasformarsi
facilmente in uno scontro armato, arrivando a includere a volte anche intere
bande o famiglie.
La mancanza di vitalità economica è un’altra causa delle battaglie interne fra i
palestinesi.
La tremenda situazione economica nell’area palestinese ha portato a un aumento
del crimine e, di conseguenza, a una diminuzione della sicurezza personale.
Secondo l’ufficiale di sicurezza palestinese Sabri Tmazi , il crimine è
aumentato del 60% dall’inizio dell’intifada al-Aqsa: «Questo per quanto riguarda
rapine e reati simili. I crimini violenti e gli omicidi sono rimasti più o meno
allo stesso livello, quindi questo aumento è chiaramente dovuto a un problema
economico».
Anche la struttura del governo palestinese è causa di scontri interni. Nella
mente di molti, l’Autorità Palestinese è irrimediabilmente legata ai fallimenti
del passato, compresi quelli degli accordi di Oslo e di Camp David. Da quando le
città palestinesi sono sempre più isolate l’una dall’altra – come risultato
della chiusura israeliana, dei controlli degli spostamenti e della costruzione
del muro – il potere di controllo e di mantenimento dell’ordine della PA è
diminuito molto. La situazione in molte città palestinesi è giunta a una quasi
totale anarchia, e spesso poteri centrali alternativi colmano il vuoto di
potere. La loro natura varia a seconda delle città: qualche volta si tratta
della più forte fazione politica (come Hamas a Gaza), altre volte di coloro che
hanno i mezzi più potenti e che impongono le loro leggi feudali (come le bande a
Nablus).
Nonostante ci siano sempre stati oppositori ad Arafat, la spaccatura tra i suoi
sostenitori e i suoi avversari si era fatta più profonda (accompagnandolo di
fatto fino alla morte, n.d.r)) con l’insistenza americana affinché non occupasse
più una posizione chiave nel governo palestinese. I palestinesi quindi si sono
piegati alle pressioni americane e hanno rinnovato le istituzioni per dar vita e
posto alla figura del primo ministro. La conseguente instabilità del nucleo
governativo riflette, fra l’altro, anche tutte le incertezze della maggior parte
della popolazione riguardo alle responsabilità e ai poteri della carica di
primo ministro. I cambiamenti nel governo hanno portato ad un’amministrazione
schizofrenica, parte della quale sostiene che i palestinesi abbiano bisogno di
un movimento di liberazione nazionale posto sotto una leadership rigida e
autoritaria; un’idea abbracciata da Arafat e dai suoi sostenitori. Altri
propongono di muoversi verso la creazione di un mini-stato con
un’amministrazione regolare, democratica e trasparente. Dal momento che le
stesse autorità governative non sono in grado di definire chiaramente i loro
obiettivi e le loro priorità, le incertezze si trasferiscono anche alla
popolazione, aumentando le divisioni.
I palestinesi sono stati a volte incoraggiati dalle forze esterne a combattere
fra loro. Il governo americano, ad esempio, ha ripetutamente elogiato la PA
quando ha avuto la mano pesante col suo stesso popolo. Di conseguenza, molti
palestinesi contrari o critici verso le politiche americane si sono allontanati
dalla PA per aggregarsi a quei gruppi che contestano le azioni americane. La
debolezza della PA è in gran parte caratterizzata da questi contrasti fra le
richieste locali e richieste internazionali. Cerca di accontentare
simultaneamente le une e le altre è spesso l’attività principale della PA e i
risultati sono spesso imbarazzanti. Molti palestinesi pensano che l’arresto di
membri delle fazioni armate palestinesi, che sono ricercate da Israele, sia
deplorevole, dal momento che il primo obiettivo dovrebbe essere quello di dar
vita a un fronte unitario contro l’occupazione.
Vivere in un paradosso è il destino dell’oggi per lo stato palestinese: ogni
richiesta di unità causa divisione, ogni volta che la PA cerca di fermare l’uso
delle armi si alzano voci influenti che accusano il governo palestinese di
“collaborare” con l’America e con Israele.
Un ulteriore problema è quello della distinzione fra ‘interni’ ed ‘esterni’.
Come descritto prima, i palestinesi sono divisi fra profughi esterni, quelli
nella West Bank e a Gaza, e quelli che sono stati incorporati in Israele. Ad
ogni ulteriore chilometro della ‘recinzione di sicurezza’ israeliana, la
distinzione fra esterni ed interni si fa più complessa. Da quando i viaggi tra
le città palestinesi sono limitati, controllati e spesso impediti, ciascuna
enclave circoscritta è costretta a badare a se stessa. Un’autorità e un
controllo centrali sono perciò indeboliti e spesso sono resi impossibili. Di
conseguenza, le città palestinesi (come Nablus), cadono nelle mani dei capibanda
locali.
Nablus è il primo esempio di violenza interna, caos e anarchia. Hanno fatto un
rumore assordante in tutto il mondo le dimissioni del sindaco Ghassan Shaka’a
perché temeva per la propria incolumità. Suo fratello era stato ucciso da una
delle bande della città. Nella sua lettera di dimissioni, Shaka’a scrisse che
«Nablus sta vivendo uno stato di totale caos e di deterioramento avanzato, che
causano confusione e l’interruzione delle attività quotidiane dei cittadini…
ormai il caos è diventato una situazione normale; la mancanza di sicurezza e
ordine, un problema quotidiano; e la legge della giungla, la regola». Il
governatore della città, Mahmoud Aloul, dà la colpa alla debolezza della PA, che
permette alle bande di dirottare la battaglia per la liberazione nazionale e di
portare avanti i loro personali obiettivi. Nablus è contesa da diverse bande
militanti, ciascuna delle quali cerca di prendere il controllo della situazione.
La maggior parte dei combattenti e delle vittime sono giovani estremisti, che
combattono per influenzare e controllare il contrabbando e le estorsioni. Le
battaglie fra le bande coinvolgono spesso degli innocenti, come nel caso di
Shu’eib Shakhshir, morto perché trovatosi nel mezzo di uno scontro a fuoco fra
bande. Secondo suo fratello «in città non c’è alcuna sicurezza, ci sono solo le
bande».
La violenza interna può essere fatta risalire anche all’eterogeneità religiosa
palestinese. Le città e i villaggi cristiani hanno sempre predominato, ma la
violenza della seconda intifada ha causato un aumento dell’emigrazione
cristiana, dal momento che le città sono state prese da gruppi islamici come
Hamas e la Jihad. La mescolanza religiosa in città come Betlemme ha spesso
portato alla violenza contro donne cristiane, colpevoli di non coprirsi con il
velo islamico. La convinzione degli estremisti islamici che gli Occidentali
simpatizzino maggiormente con i cristiani ha portato alcuni militanti a sparare
da aree cristiane come Beit Jala, per causare una rappresaglia islamica. In
questo modo, sono riusciti a costringere i palestinesi cristiani a cambiare il
loro stile di vita per sopravvivere. Queste tattiche rendono più profonda la
spaccatura fra palestinesi di diverse religioni.
Burocrazia caotica e
leggi fuorvianti
Come si è già ricordato,
lo Stato Palestinese non assomiglia proprio a uno stato sovrano e la maggior
parte delle istituzioni statali sembra semplicemente mancare. Questa assenza si
traduce in una confusione burocratica che è la principale causa degli scontri
interni. I ruoli e le responsabilità dell’esecutivo e del giudiziario non sono
definiti, e le loro giurisdizioni sono spesso sovrapposte.
Il sistema giudiziario palestinese è molto problematico. Non solo è privo di
potere, ma non ci sono neanche regole e direttive precise che definiscano i
provvedimenti nei riguardi delle violazioni delle leggi. Inoltre, mancano le
direttive legali su come procedere nei riguardi di manifestazioni, dimostrazioni
e incontri pubblici. Ciò in pratica significa che la PA può rispondere a ogni
critica sulle sue politiche di violenza. Ad esempio, nell’ottobre 2001, la
polizia palestinese ha aperto il fuoco sui dimostranti a Gaza , uccidendone tre.
Le scappatoie legali aprono la strada alle violenze, e non viene fatto alcun
serio tentativo di chiarificare ruoli e procedure. L’intera struttura legale, di
cui le corti di Stato costituiscono la parte maggiore, è piena di ambiguità.
Nonostante nell’agosto 2003, l’allora ministro della Giustizia, Abdul Karim Abu
Salah, abbia sostenuto l’abolizione delle corti di sicurezza dello stato e il
trasferimento dell’autorità a un procuratore generale, questo passo non è ancora
stato compiuto. Le corti di sicurezza dello stato, con i loro processi sommari e
le loro difese inadeguate, rimangono attivi. La corruzione e il potere personale
si riflettono inoltre nella struttura legale, dal momento che molti giudici sono
stati o sono ancora membri delle forze di sicurezza palestinesi, che – come
ricordato prima - sono anch’esse divise internamente. Questa confusione
dell’esecutivo e del giudiziario significa che si può abusare del potere legale
per i propri interessi personali o per quelli della propria fazione. La
disperata situazione legale non è causata soltanto dalla confusione burocratica.
Anche l’occupazione israeliana influenza le corti. Ad esempio, a causa di
blocchi e controlli, spesso difensori e testimoni non possono apparire davanti
alla corte e le date dei processi sono soggette a frequenti rinvii. Questa
pressione esterna si somma ai problemi interni, come ad esempio la carenza di
giudici per i processi. Ci sono troppi casi e troppi pochi giudici che quindi
non possono svolgere il loro lavoro in maniera efficiente. A causa di questi
numerosi problemi, molte persone decidono di farsi giustizia da sole.
La confusione è in particolar modo pericolosa riguardo alle forze di polizia
palestinesi, il cui ruolo rimane ambiguo. Ci sono diversi sottogruppi della
polizia, incluse le Forze di Sicurezza Pubblica, la Polizia Civile, le Forze di
Sicurezza Preventiva, il Mukhabarat (i servizi segreti), le Forze di Sicurezza
Presidenziali e i servizi segreti militari. Neanche chi ci lavora sa esattamente
i campi di interesse di ciascun sottogruppo. La mancanza di giurisdizione porta
a scontri fisici e verbali tra coloro che invece dovrebbero proteggere la
popolazione dalla violenza. La disorganizzazione delle strutture e dei mezzi di
protezione si riflette sulla popolazione. I palestinesi si rivolgono spesso a
mezzi personali per garantire la propria sicurezza, e la polizia non è in grado
di impedirlo. La polizia palestinese nella West Bank non è autorizzata a portare
con sé armi durante la pattuglia delle strade. Inoltre, da quando ciascuna
fazione politica ha le proprie forze armate, la legalità delle forze armate
della PA è continuamente messa in discussione e contestata. A volte, le bande e
le milizie locali sono perfino spalleggiate dagli ufficiali di sicurezza della
PA. Secondo un anonimo ufficiale regionale di Fatah, il 90% delle bande può
essere rintracciato nei registri di paga delle PA.
Il marchio della
collaborazione: un comune pretesto per aggressioni?
In una società dilaniata
dalla violenza, il sospetto e la diffidenza sono all’ordine del giorno. Per i
palestinesi, l’accusa più grave che può essere avanzata contro di loro è quella
di collaborazionismo con Israele. Anche una semplice voce infondata di
collaborazionismo può segnare a vita un individuo e la sua famiglia. A parte la
gravità dell’accusa, non c’è una definizione concorde su che cosa sia
esattamente un “collaborazionista”. In alcuni casi, “comportamenti immorali”,
come l’uso o il commercio di droghe, le critiche alla PA, o la vendita di un
terreno a Israele, bastano a marchiare un individuo come agente israeliano. Le
accuse di collaborazionismo fatte sulla base di voci o pettegolezzi possono
avere conseguenze nefaste. Dal momento che il sistema legale è disastrato, un
individuo semplicemente sospettato di collaborazionismo può essere detenuto per
diverso tempo. I prigionieri accusati di collaborazionismo sono trattati come
“detenuti di sicurezza”. La maggior parte di loro viene tenuta in isolamento, e
viene impedito loro di vedere un legale o i familiari. In molti casi i
prigionieri vengono trattenuti mesi o anni prima della fine dei loro
interrogatori. Il tasso di mortalità fra i sospetti collaborazionisti in
prigione è straordinariamente alto. In molti casi, i sospetti collaborazionisti
vengono giustiziati da altri civili o da fazioni politiche. Ci sono stati
pochissimi tentativi da parte della PA di indagare su questi omicidi, che sono
legittimati dall’accusa di collaborazionismo.
I sospetti collaborazionisti spesso vengono torturati o uccisi da gruppi semi
ufficiali. Anzi, questa è ormai diventata la norma. Uno dei gruppi più attivi
nel perseguire i sospetti collaborazionisti sono le Brigate dei Martiri di al
Aqsa. Nel febbraio 2004, alcuni dei suoi membri hanno ucciso il ventiduenne
Nidal Kasem Dbeik a Nablus. Nidal aveva lavorato con i servizi segreti
israeliani, ed era accusato di essere responsabile dell’uccisione e dell’arresto
di diversi palestinesi. Il 21 gennaio, i membri di al Aqsa hanno costretto Nidal
ad ammettere la sua colpa davanti alla sua famiglia, che immediatamente lo ha
disconosciuto. Tre giorni dopo è stato ritrovato il suo cadavere. In un altro
episodio – che coinvolge sempre le Brigate dei Martiri di Aqsa a Nablus - il
trentottenne Ahmad Ahwal è stato ucciso nel suo ristorante. In una dichiarazione
rilasciata dopo l’omicidio, le Brigate lo accusavano di collaborazionismo e
rivendicavano la paternità dell’omicidio.
Nel febbraio 2004, il trentanovenne Khaled Abu Adas è stato ucciso con diversi
colpi di arma da fuoco a Betlemme. Prima di essere ucciso era stato rapito dai
militanti, che avevano registrato una confessione nella quale ammetteva la sua
collaborazione con Israele. Dopo la morte é stato disconosciuto dalla famiglia.
Le accuse di collaborazionismo si estendono anche a ufficiali della PA. Nel
luglio 2003, alcuni membri delle Brigate Martiri di al-Aqsa hanno rapito il
governatore di Jenin accusandolo di collaborazionismo. In seguito lo hanno
rilasciato, ma solo dopo averlo picchiato ripetutamente.
Ci sono altri orribili casi di giustizia dei vigilanti. Nell’aprile 2002 per
esempio, alcuni uomini mascherati hanno fatto irruzione nella prigione di
Tulkarm e hanno giustiziato otto detenuti accusati - ma non condannati - di
collaborazionismo. Le guardie della prigione hanno lasciato i loro posti,
apparentemente spaventati dall’assalto. I cadaveri degli otto detenuti sono
stati poi portati per la strada e abbandonati. Secondo alcune notizie, gli
uomini sono stati uccisi perché i militanti temevano un’invasione israeliana a
Tulkarm, che avrebbe permesso il rilascio dei sospetti.
Alcune volte l’accusa di collaborazionismo si dirige anche verso i propri
familiari. Nel gennaio 2004, un uomo palestinese ha ucciso a Baka al-Sharkia suo
padre e suo fratello, sospetti collaborazionisti. Quello del collaborazionismo è
un marchio che va a segnare a lungo tutta la famiglia e gli amici dei sospetti.
L’omicidio di un’intera famiglia non può essere compreso se non nel contesto
sociale in cui avviene.
Mettere a tacere la
stampa e la libertà di parola
In tale situazione,
dentro questo “caos delle armi” che sembrano non tacere mai, ogni ritratto
“negativo”, o presunto tale della battaglia palestinese può essere interpretato
come collaborazionismo e quindi punito di conseguenza. Quindi, la semplice
libertà di parola è spesso negata. Gli attacchi e i controlli alla stampa sono
aumentati dopo l’11 settembre. Immediatamente dopo quella data, la PA proibì
tutti i servizi sulle manifestazioni palestinesi che mostrassero fotografie di
bin Laden. I giornalisti che hanno cercato di disobbedire a quest’ordine sono
stati minacciati e detenuti.
Tutto il 2004 è stato segnato dalla violenza contro la stampa. E se l’esercito
israeliano ha fatto la sua parte in questa repressione, anche da parte
palestinese c’è stata particolare cura e solerzia nell’intimorire i giornalisti
indipendenti.
L’8 gennaio, il corrispondente da Gaza per al Arabiya, Seifeddin Shanin, è stato
picchiato a un posto di blocco da alcuni individui mascherati. Nonostante non
sia chiaro chi sia stato responsabile per questo violento attacco, Shanin era
già stato ripetutamente minacciato dai membri di Fatah per i suoi servizi sulle
divisioni interne del partito. Nel 2003, Shanin era stato arrestato e detenuto
per 24 ore. Shahin stesso crede che la principale causa della violenza interna
palestinese risieda negli alti gradi dell’autorità politica. Per paura di
perdere il loro prestigio e la loro influenza, le figure chiave cercano di
manovrare i fili per assicurare ulteriori violenze. In questa maniera possono
garantire e salvaguardare il loro potere e il loro controllo.
In un altro episodio, il 2 febbraio tre uomini armati e mascherati hanno fatto
irruzione negli uffici televisivi di Quds Educational a Ramallah, hanno
minacciato i redattori e distrutto i materiali da lavoro. Il 13 febbraio, la
macchina del direttore di al Hayat al Jadida è stata bruciata da ignoti, molto
probabilmente per i suoi servizi critici sulla situazione interna palestinese.
Sempre a febbraio, gli uffici del giornale al-Dar a Gaza sono stati
saccheggiati. In risposta a questo aumento delle violenze contro i membri della
stampa, 200 giornalisti hanno protestato al Consiglio legislativo palestinese a
Gaza il 15 febbraio, chiedendo una maggiore protezione alla PA. In alcuni casi,
gli attacchi alla stampa sono stati motivati da un’insicurezza economica
personale. All’inizio del marzo 2004 per esempio, alcuni uomini mascherati hanno
fatto irruzione negli uffici di una rete televisiva per chiedere un impiego.
Ma il più scioccante attacco alla stampa ufficiale nel 2004 è avvenuto il 2
marzo. Khalil al-Zebin (consigliere di Arafat e direttore del quotidiano
an-Nashra) è stato ucciso con diversi colpi di arma da fuoco mentre lasciava la
redazione del suo giornale nella notte. Ancora una volta, l’aggressore non è
stato identificato. La moglie e la figlia di Zebin hanno detto che il
giornalista è stato vittima di una “banda” irritata per una serie di articoli
investigativi usciti sul giornale. La sua morte è servita almeno da monito per
la PA, che finalmente ha iniziato a riformare lentamente i servizi di sicurezza.
L’assassinio di al-Zaben è stato condannato dal sindacato palestinese dei
giornalisti e dall’International Federation of Journalists (IFJ). «Il
deterioramento della situazione politica è accompagnato da una nuova ondata di
violenza contro i reporter» ha dichiarato Aidan White, segretario generale
dell’IFJ. «Da anni molti reporter palestinesi sono stati oggetto di violenza e
tutto ciò è assolutamente inaccettabile. Tali intimidazioni devono assolutamente
avere fine se si auspica alla libertà e alla democrazia».
Il 22 aprile 2004, Jamal Aruri, 38 anni, fotografo per l’Agence France Press, è
stato brutalmente aggredito e percosso a Ramallah da tre uomini dal volto
coperto, con ogni probabilità appartenenti al personale di sicurezza della PA
oppure militanti vicini alla PA. L’attacco è stato considerato come una sorta di
ritorsione in risposta al fatto che recentemente era stata pubblicata una foto
dei tre uomini, scattata da Jamal nel 2003. Questi uomini erano ricercati da
anni dalle autorità israeliane, in quanto sospettati di cospirazione contro le
istituzioni di Israele.
Il 19 luglio molti giornalisti palestinesi sono stati seriamente avvertiti di
stare alla larga dalle manifestazioni organizzate a Gaza e in altri territori
della Striscia contro la decisione del presidente Arafat, di nominare suo
cugino, Musa Arafat, come comandante delle forze di sicurezza della PA. In
particolare, giornalisti dei canale satellitari Al-Jazeera, con sede in Qatar, e
Al-Arabiya, con sede nel Dubai, hanno ricevuto temibili minacce telefoniche da
uomini che si sono identificati come personale di sicurezza dell’Autorità
palestinese. Saifeddin Shahin, corrispondente a Gaza per Al-Arabiya, ha
dichiarato che un uomo, presentandosi come membro dei servizi di sicurezza della
PA, ha minacciato di bruciare l’ufficio della redazione se non avesse usato
accortezza nei suoi rapporti relativi alle nuove nomine della PA.
Per di più, a questo proposito, il Sindacato dei Giornalisti palestinesi nella
Striscia di Gaza ha severamente messo in guardia i suoi membri dal riportare
notizie relative agli scontri tra palestinesi, e li ha invitati a concentrare
l’attenzione piuttosto sulle manifestazioni che consolidano l’unità nazionale.
«L’Autorità palestinese sta facendo molta pressione sui giornalisti per impedire
la copertura delle proteste contro la corruzione» ha dichiarato in seguito uno
dei giornalisti minacciati. «I militanti e le forze palestinesi stanno mettendo
fortemente a rischio la libertà di espressione e l’indipendenza nel riportare i
fatti», ha commentato il Committee to Protect Journalists, in riferimento agli
ultimi eventi.
Ancora, il 9 agosto molti uomini palestinesi armati e dal volto coperto hanno
minacciato alcuni giornalisti arabi a causa del loro costante coinvolgimento nel
riportare le questioni interne all’Autorità palestinese. Attraverso volantini
distribuiti dai membri dei Gruppi di Resistenza palestinese, una coalizione di
vari gruppi militari operanti nella Striscia di Gaza, alcuni reporters sono
stati accusati di ignorare le ripetute incursioni dell’esercito israeliano,
soprattutto nel campo profughi di Rafah, sottolineando invece la lotta per il
potere interna alla PA. “Lanciamo un ammonimento a tutte le stazioni satellitari
arabe che stanno fornendo informazioni sulla lotta interna; speriamo realmente
di non essere costretti a prendere provvedimenti severi”, dicevano i volantini.
Anche in questa circostanza il Sindacato dei Giornalisti palestinesi ha messo in
guardia i suoi membri dal riportare sulle lotte interne alla PA, minacciando
punizioni esemplari per chiunque avesse violato l’ordine. L'Associazione ha
esortato i giornalisti a porre piuttosto l'attenzione su manifestazioni «che
rafforzano l'unità nazionale».
Gli effetti di questa situazione di continuo rischio hanno portato molti
giornalisti a cessare la copertura della situazione interna palestinese o a
limitarsi di passare notizie senza farsi citare.
Verso
l’autocensura?
Secondo Amnesty
International, negli ultimi sette anni l’Autorità Palestinese (PA) si è resa
responsabile della persecuzione di dozzine di palestinesi e stranieri che
stavano pacificamente esercitando il loro diritto alla libera espressione.
Difensori dei diritti umani, giornalisti, scrittori, accademici, sono stati
ripetutamente minacciati o detenuti come prigionieri politici fuori da ogni
principio di legalità. «Negli ultimi sette anni il ramificato sistema di
sicurezza della PA ha imbavagliato le critiche espresse dalla stampa locale
dando seguito ad arresti arbitrari, minacce, abusi fisici, chiusura delle
testate. Nel corso degli anni il regime è riuscito a costringere la maggioranza
dei giornalisti palestinesi all’autocensura».
Negli ultimi mesi del 2004 sono continuati e lievemente aumentati nei Territori
gli attacchi, le minacce ed ogni genere di intimidazioni nei confronti di
giornalisti palestinesi, reporter e inviati dei media internazionali.
In ogni sistema democratico certamente non è compito dei governi e delle
autorità politiche di stabilire quello che dovrebbero o non dovrebbero scrivere
o riferire i giornalisti e chiunque lavori con l’intento di raccontare la
verità; così come i governi non dovrebbero avere il diritto di decidere se una
certa dichiarazione o un certo modo di pensare è privo di obiettività. Questioni
di questo genere dovrebbero essere appannaggio solo dei giornalisti e delle
organizzazioni per cui lavorano. A causa della loro indolenza e passività la PA
ha una grande responsabilità per i ripetuti attacchi contro i media e i
giornalisti. Per di più, nessuna indagine finora ha prodotto risultati, e
nessuno è stato condotto davanti alla giustizia per un processo, con il
risultato di rendere questo tipo di violenze completamente impunite.
Bassem
Eid è un famoso giornalista palestinese e attivista per i diritti umani.
Attualmente è direttore del Palestinian Human Rights Monitor Group (PHRMG),
associazione fondata nel dicembre del 1996 da un gruppo di noti
intellettuali palestinesi, comprendente membri del Consiglio legislativo
palestinese (PLC), direttori di giornali, giornalisti, leader sindacali,
attivisti dei diritti umani e leaders religiosi. La composizione politica
dei fondatori del gruppo è varia - comprende membri di Fatah, PFLP, DFLP,
Hamas e membri indipendenti – perciò questo garantisce il carattere non
partigiano dell'organizzazione. Il PHRGM ha dedicato molto del suo lavoro al
controllo sulle violazioni dei diritti umani perpetrate anche dall'Autorità
palestinese. Il PHRGM crede che nonostante la perdurante occupazione
israeliana dei territori palestinesi e il bisogno di denunciare le troppe
violazioni israeliane dei diritti umani, un esame critico degli abusi
commessi anche dall'Autorità palestinese sia essenziale per garantire che il
futuro Stato palestinese sia realmente democratico e rispettoso dei diritti
umani compreso quello alla libera espressione e informazione. (www.phrgm.org)
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