torna alla home page

   
 
   
 

Lettere dall'Iraq
di P. Mitchell Prothero

reporter e fotografo, lavora per l’United Press International

   

 
La sicurezza è inesistente per chiunque in Iraq, ma le condizioni per i giornalisti sono peggiorate al punto che molte delle più importanti agenzie di stampa adesso si appoggiano agli informatori e ai collaboratori locali. In ogni località del Paese l’ostilità verso i giornalisti sta aumentando con il passare del tempo e i media, per necessità, hanno centuplicato i criteri di sicurezza. Non sempre in maniera chiara, se è vero che molte agenzie di stampa si sono stabilite nelle rovine di case private circondate da mura colpite dalle esplosioni. Queste precauzioni, adottate non solamente dai media, riflettono il cambiamento di un anno fa, quando i media hanno preferito un profilo basso, con sistemazioni meno sicure pensando che questo li avrebbe resi degli obiettivi meno individuabili.
Una scelta “coraggiosa” quanto inutile specialmente se collegata al fatto che la coalizione guidata dagli Stati Uniti sembra indifferente alla sicurezza dei giornalisti mentre, peggio ancora, le autorità irachene si sono mostrate spesso apertamente ostili.
In una situazione in cui gli imprenditori stranieri si muovono quasi esclusivamente all’interno di aree molto protette, i giornalisti sono diventati ben presto i principali obiettivi occidentali.
Nel 2004 si è verificata un’ondata di rapimenti che ha avuto un unico comune denominatore, rapire gli stranieri che erano costantemente a disposizione dei rapitori, e i giornalisti hanno rappresentato sovente il perfetto obiettivo.
Almeno 20 giornalisti sono stai rapiti anche per lunghi periodi nel 2004. Tutti sono stati rilasciati, tutti meno uno, ad agosto il freelance italiano Enzo Baldoni è stato il primo giornalista ad essere ucciso dai rapitori.
Al fotografo David Gilkey ho chiesto quali siano stati gli effetti che i rapimenti hanno avuto sull’informazione. «Gli effetti sono stati devastanti. ­– ha risposto - Paura fisica, impossibilità di essere dentro la notizia, una sorta di autocensura imposta dal timore di uscire per non tornare. Guarda le foto di redazione di questi ultimi mesi. Puoi vedere solamente nomi iracheni sulle credenziali. Nessuna notizia è stata diffusa da fotografi occidentali perché nessuno può lavorare in questi scenari come lo può fare un iracheno.
Gran parte del problema si allaccia a una percezione nazionale ormai diffusa in molti ambienti secondo la quale molti giornalisti occidentali sono spie o speculatori che traggano vantaggio dalla considerevole povertà della gente irachena. Dato che quasi ogni giornalista sotto il regime di Saddam Hussien o è stato censurato o si era compromesso, c’è poca comprensione da parte del pubblico sul come i reporter occidentali possano effettivamente essere indipendenti dai loro governi».
In risposta a ciò molti reporter inglesi e americani nascondono agli iracheni le loro vere generalità e hanno inventato storie da utilizzare in caso ci fossero problemi con la gente del posto. Molti giornalisti sono riusciti a convincere gli ufficiali della coalizione a fornire false informazioni sui paesi di origine sulle credenziali per la stampa. Ma in molti casi questo non è stato sufficiente. I ribelli hanno rapito o attaccato i giornalisti di molti paesi, tra cui la Francia, normalmente non considerata ostile dagli iracheni.
«Noi vediamo i giornalisti venire e ascoltiamo le loro offerte di aiuto, ma rispondetemi una volta per tutte: cosa ne è derivato finora di utile per il popolo iracheno?» mi ha dichiarato Omar, un simpatizzante degli insorti. «Ho aiutato alcuni giornalisti a mettersi in contatto con alcuni dei più importanti gruppi di resistenza ma tutto è finito senza vedere molti benefici. I giornalisti non fanno niente per aiutarci, e ora molti mujahedeen li considerano inutili oppure obiettivi. E questo è ancora un giudizio cauto visto che molti nella resistenza pensano che molti giornalisti siano spie americane o israeliane».
Nel caos iracheno si sono formate alcune relazioni inaspettate, anche se solo per problemi di sopravvivenza. L’esercito di Mehdi, condotto dallo sciita radicale Muqtada al-Sadr, che ha combattuto contro gli inglesi e gli statunitensi nel sud dell’Iraq per mesi, ha fatto alcuni sforzi per cercare di proteggere i reporter che raccontavano le sue attività. E la sua leadership religiosa ha imposto ai combattenti un comportamento meno aggressivo verso la stampa.
Tuttavia anche questa “benevolenza” si è disintegrata nell’estate del 2004. L’esercito di Mehdi si è mostrato più disorganizzato di quanto fosse stato ampiamente pubblicizzato dai media esteri e ha iniziato a cadere sotto il controllo di bande locali che hanno tentato, riuscendoci, di trarre profitto dai giornalisti. Nell’agosto 2004, soldati dell’esercito di Mehdi hanno sequestrato un documentarista americano, Micah Garen, per più di una settimana nonostante al Sadr stesso avesse ordinato il suo rilascio. Garen è stato rilasciato senza nessun riscatto, ma solo dopo che i rapitori, che invece avrebbero voluto il pagamento di una somma, si sono scontrati duramente con i loro capi che si erano opposti a questa richiesta.
La rottura di questo sottile legame con l’esercito di Mehdi ha di nuovo capovolto la situazione e nello spazio di pochi giorni l’incolumità fisica dei giornalisti è tornata drammaticamente alla ribalta. Un fotografo statunitense, che mi ha chiesto di rimanere nell’anonimato perché continua a lavorare a Baghdad, ha dichiarato che il suo contatto personale con l’esercito di Mehdi ha iniziato ad interessarsi sempre di più a richieste finanziarie al limite dell’estorsione.
«Quando abbiamo iniziato la collaborazione, lui mi incontrava in periferia e così ci assicurava un po’ di sicurezza mentre ci aiutava ad accedere alle notizie. Adesso si fa vedere ogni volta che ci aggiriamo nella periferia, anche se non l’abbiamo cercato, e ci chiede 100 dollari anche se non abbiamo bisogno di lui."
Inutile aggiungere che questi pagamenti si sono verificati spesso. 
Gli atteggiamenti del governo hanno peggiorato la situazione. Più noto è stato l’atto di censura del governo provvisorio che ha vietato all’emittente del Qatar, Al Jazeera, di trasmettere in Iraq. Meno pubblicizzate sono state le costanti pressioni contro i giornalisti da parte del governo di coalizione.
La polizia irachena ha sovente minacciato apertamente i giornalisti per bloccare la copertura di azioni di rastrellamento. In agosto, ad una fotografa americana che stava documentando un arresto, un ufficiale in uniforme ha cercato di strapparle la telecamera. Quando lei ha cercato di resistere, un agente in borghese è arrivato, ha estratto la pistola e gliel’ha puntata alla testa, minacciando di ucciderla. È dovuto intervenire un altro ufficiale del governo iracheno, che stava passando di lì per caso e per fortuna, per risolvere una situazione diventata impossibile.
A giugno sono stato inseguito e mi hanno puntato una pistola contro dopo che avevo fotografato la polizia irachena e agenti dell’intelligence mentre colpivano alcuni prigionieri. La polizia mi ha trascinato per alcuni quartieri prima che un comandante ordinasse di rilasciarmi e si scusasse.
Ma l’esempio peggiore degli attacchi alla stampa da parte del governo si è verificato durante l’assedio di questa estate all’Imam Ali Shrine a Najaf. Il 25 agosto dozzine di poliziotti armati, molti di loro mascherati, hanno improvvisamente assalito un hotel usato dai giornalisti a Najaf. Facendo fuoco all’ingresso e sfondando le porte delle camere, la polizia ha portato via,senza alcuna spiegazione, più di 60 giornalisti dall’hotel Bahr Najaf e li ha fatti salire in un camion che li stava aspettando.
«Dopo che sono stato fatto salire nel camion, un poliziotto si è avvicinato e mi ha detto in arabo: “Adesso ti porteremo fuori e ti uccideremo. Vi uccideremo tutti”. Naturalmente era un chiaro tentativo per terrorizzarci. Altrettanto naturalmente ci sono riusciti» ha dichiarato il fotografo freelance Thorne Anderson. 
Dopo aver attraversato la città con un camion aperto mentre si stava ancora combattendo per le strade principali, i reporter che erano stati presi in quella che si può ben definire una retata, sono stati costretti a intervenire a una conferenza stampa dove il capo della polizia ha protestato contro i servizi del canale di Dubai Al-Arabiya. I giornalisti sono stati trattenuti per ore senza alcuna accusa.
La coalizione guidata dagli Stati Uniti non è riuscita a far fronte a queste intimidazioni. Un addetto stampa della coalizione ha riconosciuto privatamente che l’alleanza vorrebbe che i giornalisti si legassero a loro o che lasciassero l’Iraq. Altrimenti, i giornalisti saranno in balia di se stessi. «Questa è una zona di guerra pericolosa, ha dichiarato, e non abbiamo bisogno di voi. Anzi, per capirci meglio, non vi vogliamo qui».
   
 
   
   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it