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Dall’invasione americana in
Iraq iniziata nel maggio 2003, quasi settanta giornalisti sono stati uccisi.
Quasi tutti quelli uccisi nel 2003 erano corrispondenti stranieri, inglesi,
spagnoli, australiani, tedeschi, americani e altri ancora. Nel 2004, 21 dei 30
giornalisti erano iracheni. Sei di loro erano cameraman.
Queste statistiche dimostrano il ruolo sempre più importante che stanno
svolgendo i giornalisti iracheni in Iraq e i pericoli crescenti che devono
affrontare come conseguenza. Centinaia di giornalisti iracheni stanno lavorando
per i nuovi mezzi d’informazione emergenti, che variano dai quotidiani e dalle
emittenti fondati dalla coalizione alle riviste alleate con gruppi politici e
religiosi. Molti altri lavorano come reporter e traduttori per i media
internazionali. Durante le rivolte di
Fallujah e Najaf, questi giornalisti hanno
avuto un ruolo fondamentale nel documentare questi luoghi che erano troppo
pericolosi per i giornalisti occidentali, in particolar modo per coloro che
venivano dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dagli altri paesi che fanno parte
della coalizione.
«Attualmente i giornalisti occidentali non sono graditi in Iraq, specialmente
nelle aree dove c’è ancora resistenza - ha dichiarato un giornalista iracheno -
La gente, la resistenza, e i mujahedeen sospettano che questi giornalisti
stranieri siano delle spie».
Dagli inizi di aprile,
quando i membri della stampa internazionale sono diventati soggetti a rapimento
dai gruppi armati iracheni, viaggiare oltre Baghdad è diventato estremamente
pericoloso per i giornalisti stranieri. Da allora molti corrispondenti stranieri
sono rimasti a lavorare confinati nei loro hotel della capitale o hanno
viaggiato solo se accompagnati alle truppe della coalizione.
I giornalisti locali
iracheni tuttavia continuano il loro lavoro come informatori per le agenzie
internazionali, fornendo così supporto logistico per la “navigazione” nei
territori ostili e raccogliendo informazioni grezze e foto incluse. Usando i
giornalisti iracheni, le emittenti arabe come Al Jazeera e Al Arabiyya sono
riuscite a trasmettere storie esclusive, come gli effetti degli attacchi delle
forze di coalizione, dei bombardamenti e altre esplosioni, e gli scontri tra le
forze americane e i ribelli.
Anche a Baghdad, i
giornalisti iracheni sono regolarmente usati per raccogliere informazioni. «I
movimenti dei nostri reporter all’interno della città hanno avuto grandi
restrizioni negli ultimi mesi» sostiene Mary Braswell, redattore del Los Angeles
Times. «Possiamo guidare in diverse parti di Baghdad ma dobbiamo rimanere nelle
nostre auto. A volte abbiamo dovuto mandare i nostri traduttori con la lista
delle domande per le interviste».
Saleh Negm, direttore del telegiornale del canale arabo Al Arabiyya, che ha
molti giornalisti iracheni che lavorano nella squadra di Baghdad, ha dichiarato:
«se sei iracheno, ti puoi muovere per Baghdad più liberamente. Quando accade
qualcosa, sul luogo dove è avvenuto il fatto, troverete spesso solo giornalisti
arabi o iracheni. Dentro il pericolo sono quelli che forse rischiano di meno. O
forse no, forse sono solo quelli che in questo momento di grande pericolo devono
proprio rischiare di più.
In diverse occasioni i miei giornalisti sono stati minacciati e aggrediti, dalla
folla. La gente, pazza
di rabbia o di paura, può scagliarsi contro i media in una manciata di secondi
nel tentativo di dare loro la responsabilità della violenza appena subita».
Il sospetto sui media in Iraq è alto, e uomini armati e partiti politici hanno
trattenuto e minacciato numerosi reporter.
Come risultato di queste minacce e di questi attacchi, un numero di operatori
iracheni che lavoravano per agenzie americane e occidentali hanno lasciato il
loro lavoro o hanno adottato grandi precauzioni per non essere visti o
identificati con i loro dipendenti. Alcuni di loro hanno addirittura lasciato il
paese. Recentemente, un traduttore iracheno che lavorava per l’ABC News, e che
come molti altri giornalisti locali che lavorano per agenzie occidentali ha
sempre nascosto la sua identità, è improvvisamente partito dopo che era stato
identificato in una conferenza stampa pubblica come dipendente di un’agenzia
americana. «Improvvisamente si è sentito un bersaglio», ha spiegato il
corrispondente dell’ABC News David Wright in un recente articolo su USA Today.
Ma per molti giornalisti iracheni che sono frequentemente presenti nei campi di
battaglia, la minaccia di sparatorie, in particolar modo provenienti da parte
delle truppe statunitensi, è uno tra i problemi più importanti. «La
nostra reale preoccupazione sono gli americani – mi ha detto uno di loro che
preferisce l’anonimato - abbiamo più paura di loro che degli altri».
Almeno nove giornalisti
e traduttori iracheni sono stati uccisi dal fuoco americano dall’inizio del
conflitto nel 2003 e molti degli incidenti hanno messo in discussione la
condotta delle truppe statunitensi, generando una profonda sfiducia tra i
giornalisti arabi.
Nel marzo del 2004, per protestare contro l’uccisione di due giornalisti
iracheni di Al Arabiyya, il cameraman Ali Abdel Aziz e il reporter Ali al Khatib
uccisi dalle forze statunitensi, i giornalisti arabi hanno marciato fino a fuori
Baghdad dove l’allora Segretario di Stato americano Colin Powell stava parlando
in una conferenza stampa. Aziz e al Khatib furono uccisi a un posto di blocco
militare americano a Baghdad, dove erano andati per documentare un
combattimento.
Questi incidenti che hanno coinvolto le truppe USA hanno reso i giornalisti, non
solo quelli iracheni, estremamente prudenti.
Dagher della AFP ha dichiarato che ogni volta che si trova lungo la strada e
passa un convoglio militare, diventa apprensivo. «Sono preoccupato perché ci
potrebbe essere un colpo di coda come reazione… Ogni volta che ci sono truppe
americane intorno sento che qualsiasi cosa potrebbe succedere e scatenare il
fuoco contro di noi».
I giornalisti arabi che si sono avvicinati o che hanno lavorato con le truppe
statunitensi hanno anche subito varie forme di pressioni, incluse la detenzione,
gli abusi fisici e la confisca dei loro filmati o dei loro equipaggiamenti.
Nell’agosto 2004, soldati americani arrestarono il fotografo
Karim Kadim
dell’Associated Press (AP) e il suo autista, Mohammed Abbas, vicino al carcere
di Abu Ghraib, fuori Baghdad. Entrambi gli uomini furono ammanettati, obbligati
a rimanere in piedi al sole per tre ore, anche se i giornalisti avevano
dichiarato di essere della stampa. Un ufficiale americano ha in seguito chiesto
scusa agli uomini e ha dichiarato alla AP di Baghdad che gli arresti erano un
“malinteso”.
Corrispondenti di Al
Jazeera sono stati arrestati e vittime di abusi durante la custodia in almeno
due occasioni mentre stavano cercando di documentare gli attacchi della
guerriglia alle truppe americane. Il giornale statunitense The Nation ha
pubblicato a marzo 2004 le prove che il giornalista di Al Jazeera, Saleh Hassan,
era stato arrestato dagli americani dopo essere arrivato sulla scena di un
bombardamento di un convoglio americano lungo la strada vicino alla città di
Baqouba, 40 chilometri a nord di Baghdad. Soldati americani avevano interrogato
Hassan e lo avevano accusato di essere stato informato ore prima dell’attacco
che si era appena verificato. Poi lo avevano incappucciato e trasferito nel
carcere di Abu Ghraib, dove, secondo The Nation, i soldati lo avevano spogliato.
Hassan "era stato costretto a stare in piedi incappucciato, legato e nudo per 11
ore… quando è caduto, i soldati lo hanno preso a calci per farlo rialzare di
nuovo.” Un mese e mezzo dopo Hassan era stato prosciolto da tutte le accuse e
rilasciato, senza naturalmente una scusa. La Corte del Consiglio del governo
iracheno non aveva trovato prove contro di lui. I ripetuti tentativi di avere
dei commenti sulla vicenda dai militari americani si sono rivelati sempre
inutili.
Nel caso di Hassan, così
come nel caso di molti corrispondenti o traduttori iracheni, le forze americane
hanno ripetutamente accusato i canali satellitari Al Jazeera e Al Arabiyya di
essere stati a conoscenza degli attacchi alle truppe della coalizione e
continuano tuttora ad accusarli di infondere sentimenti anti-americani. In una
recente intervista radiofonica, Donald Rumsfeld ha dichiarato che entrambi i
canali «di tanto in tanto riportano informazioni persino prima che gli attacchi
dei terroristi abbiano inizio…non solo riportano cose che non sono vere, ma ci
sono molti casi n cui lavorano insieme ai terroristi».
Al Jazeera e Al Arabiyya
hanno entrambe ripetutamente smentito le accuse di Rumsfeld e affermato che
quello che il governo americano vede come una cospirazione in realtà è solo fare
bene il proprio lavoro arrivando sulla scena velocemente.
«Non è un grande sforzo per me giudicare quando succede qualcosa. Io conosco le
strade della mia città, e se io vedo del fumo o del fuoco vado in quella zona
immediatamente. Per me che conosco la città palmo a palmo è semplice arrivare
sulla scena, al cuore del problema, alle origini dell’incidente» ha spiegato un
giornalista iracheno. “Chiamo la mia agenzia e documento o filmo. Lo so che le
truppe americane spesso si chiedono: come fanno certi giornalisti ad arrivare
per primi? Lo so che gli americani sospettano che i giornalisti collaborino con
la resistenza. Ma non è vero, noi riportiamo la verità, i fatti. Noi
documentiamo gli incidenti che avvengono. Arriviamo per primi solo perché siamo
sempre pronti ad accorrere in ogni luogo succeda un’atrocità. Tutto qui».
E mentre gli operatori dei mezzi d’informazione iracheni continuano il difficile
compito di documentare di riportare le notizie e facilitare la raccolta di
informazioni, in molti si chiedono cosa possa essere fatto per proteggerli dai
ribelli, dalle truppe statunitensi e dai rischi inerenti a documentare qualsiasi
conflitto.
«Un aspetto nel quale le agenzie potrebbero migliorarsi è quello di fornire al
personale locale migliori equipaggiamenti, come giubbetti anti-proiettili,
caschi e auto blindate» ha dichiarato Dave Marash, corrispondente dell’ABC News
Nightline e membro del comitato del Committee to Protect Journalists, che ha
passato due mesi in Iraq. Mentre era là, ha visto in prima persona i rischi che
i giornalisti iracheni affrontano. Marash era molto vicino a Burhan Mohamed
Mazhour, un cameraman iracheno che lavorava per la ABC, ucciso,
insieme ad altri 15 cittadini iracheni, da un proiettile alla testa durante un
attacco statunitense a Fallujah, 56 chilometri ad ovest di Baghdad, mentre le
truppe americane stavano effettuando ricerche casa per casa.
«Dobbiamo lavorare
affinché il rischio per tutti i giornalisti venga ridotto il più possibile.
Tutti in Iraq dovrebbero pensare seriamente a questo. In primis i datori di
lavoro, che chiedono troppo in cambio di poco denaro. Inoltre dovrebbero essere
gli stessi giornalisti iracheni a preoccuparsi di più. Sono loro che stanno
facendo un lavoro nel quale potrebbero essere uccisi; sono loro che dovrebbero
esigere maggiore sicurezza. Quello che è vero per noi è vero anche per loro. O
così dovrebbe, mercato mediale permettendo». |