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Intervista a Orlando Fondevilla

"L'unica alternativa è resistere". Questa la parola d'ordine che circola fra i giornalisti indipendenti cubani sfuggiti alla ondata repressiva del 18 e 19 marzo. Lo riferisce Orlando Fondevilla, 61 anni, cubano dell'Avana, psicologo, poeta e fra i fondatori nei primi anni '90 dell'Apic (Associazione giornalisti indipendenti di Cuba), uno dei primi nuclei del delicato tessuto di voci giornalistiche indipendenti dell'isola.
Fondevilla è in esilio a Madrid da sette anni, dove lavora come redattore alla Rivista ispano-cubana e da un anno è stato nominato rappresentante dell'Apic in Europa. A Riccione, dove è stato invitato per le manifestazioni del Premio Ilaria Alpi, lo abbiamo intervistato per fare il punto sull'ondata repressiva che ha colpito una ottantina di oppositori e dissidenti, fra cui una trentina di giornalisti indipendenti, poi condannati a pene durissime.

Hai notizie dei colleghi detenuti a Cuba? In che condizioni stanno? E le famiglie?
Sono stati rinchiusi tutti in carceri di massima sicurezza e sono sottoposti a un regime carcerario durissimo, quello per intenderci che viene di solito inflitto per ritorsione ai detenuti che si sono ribellati alle regole normali del carcere. Non hanno libri, non possono telefonare, neanche ai familiari, non possono scrivere. Possono vedere i familiari stretti molto raramente: in genere solo una volta al mese. Una volta ogni tre mesi, addirittura, per quelli che hanno avuto le condanne più pesanti. Sono stati chiusi in carceri spesso molto lontane dalle residenza delle famiglie. E' stata una scelta fatta apposta, per rendere difficili i contatti con i familiari.Sono reclusi in celle singole, isolati fra di loro e dagli altri prigionieri. Hanno solo un'ora d'aria al giorno. Cibo pessimo, condizioni sanitarie disastrose. Ecco, questo è il quadro complessivo.

Sono stati fatti ricorsi contro le sentenze di primo grado?
Alcuni hanno già fatto appello ma il Tribunale supremo ha respinto i ricorsi confermando le condanne. Ma anche questi sono processi farsa, come quelli di primo grado. Non c'è separazione dei poteri. Il sistema giudiziario dipende direttamente dall' esecutivo.

Nella sua torrenziale conferenza stampa dopo le condanne dei primi di aprile il ministro degli esteri dell'Avana, Perez Roque, aveva attaccato gli arrestati sostenendo che dei 28 "sedicenti giornalisti indipendenti" solo 3 o 4 erano effettivamente dei professionisti e che, comunque, tutti erano "mercenari" al soldo dell'Impero Usa, gente che prendeva soldi e regali dalla Cia, dalle agenzie americane filogovernative o direttamente da James Cason, il capo della Sezione di interessi Usa all'Avana. Che rispondete?
Ma chi mai può credere a quanto dice un regime come quello di Fidel Castro? Sono le bugie che il regime utilizza da sempre per confondere gli ingenui, i creduloni, che purtroppo sono tanti. Sono arrivati addirittura ad accusare Robert Ménard, il segretario di Reporter sans frontières, di fare il gioco della Cia. Una infamia. Credo che nessuna persona intelligente possa credere  a qualcosa del genere. Una prova? Chiunque scriva articoli severi nei confronti del regime viene bollato come agente della Cia.

Che cosa chiedete alle associazioni dei giornalisti, alle forze democratiche e alle sinistre europee, che spesso hanno guardato con simpatia alla rivoluzione cubana?
Non dovete smettere di lottare e di denunciare la mancanza di libertà e la violazione pesante dei diritti umani. Ricordate che gran parte dei colleghi finiti in galera sono di sinistra per ispirazione e formazione. E comunque la libertà non è né di destra né di sinistra. Indipendentemente dall'ideologia o c'è la libertà o c'è la dittatura.

L' opinione pubblica cubana come ha accolto l'ondata repressiva?
La popolazione non ha una informazione vera, obiettiva, visto che tutto il sistema dei media è controllato dallo Stato. E poi per la gente la priorità è riuscire a sopravvivere. I cubani non conoscono la situazione perché la propaganda statale è assordante.

Perché secondo te la linea del governo, che negli anni scorsi non era sembrata così dura, si è improvvisamente irrigidita?
Il regime aveva avuto una linea dura contro i giornalisti indipendenti anche prima. L'anno scorso quattro colleghi erano stati arrestati. Probabilmente Castro ha visto che il movimento di opposizione stava crescendo sempre di più, in maniera preoccupante per il regime, e allora ha cercato di approfittare della guerra in Iraq per liquidare il movimento.

Dopo quest'ultima ondata di arresti il movimento ora è in grado di rispondere? E come?

Ho parlato nei giorni scorsi con alcuni colleghi che sono sfuggiti alla repressione e tutti mi hanno detto: "l'unica alternativa che rimane è quella di resistere".

Che ne sarà del progetto Varela*?
Ho sentito Payà ieri. Era molto battagliero e mi ha detto che anche di fronte a questa repressione il progetto va avanti e che, anzi, proprio gli arresti dei dissidenti hanno spinto molti altri cubani ad avvicinarsi agli attivisti e a firmare la petizione che è alla base del progetto.

Hai qualcosa in particolare da chiedere ai giornalisti italiani?
Prima di tutto la loro solidarietà. E' una cosa che ci fa veramente piacere. E poi chiediamo loro di non essere più ingenui, perché in questo caso l'ingenuità può significare complicità con il regime castrista.

* Il progetto Varela è un tentativo dell'opposizione di utilizzare il diritto di petizione contenuto nella costituzione cubana. Sotto la guida del dissidente Osvaldo Payà, sono state raccolte alcune migliaia di firme presentate al parlamento per chiedere elezioni multipartitiche, libertà di stampa, amnistia per i prigionieri politici e rispetto dei diritti civili e politici.

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