torna alla HOMEPAGE

torna all'indice del Dossier Cuba

Conclusioni

Un articolo sovversivo: "La violenza nelle scuole di Pinar’’ 

Ecco l' ultimo articolo che un altro dei giornalisti arrestati, Victor Rolando Arroyo, dell' Upeci (Unione dei giornalisti e degli scrittori indipendenti di Cuba), aveva mandato a Cubanet.org - uno dei siti e delle organizzazioni dissidenti che sarebbero stati finanziati dalle agenzie governative Usa per la loro attivita' controrivoluzionaria -. L' articolo (''Violenza nelle scuole di Pinar*'', 7 marzo, pochi giorni prima dell' ondata di arresti) prendeva spunto da un episodio, apparentemente banale, accaduto il 26 febbraio in una scuola della città di Pinar del Rio (un ragazzo aveva aggredito una compagna davanti alla classe) per riferire di un' analisi sull' aumento della violenza nelle scuole dell' isola che un Centro indipendente di studi sulla famiglia metteva in relazione con le dinamiche interne della società cubana e, più in particolare, col conformismo delle strutture scolastiche.
* (www.cubanet.org/CNews/y03/mar03/07a8.htm)
 'Le autorità scolastiche - concludeva - impongono agli alunni di mostrarsi a favore della linea politica ufficiale e spingono i gruppi studenteschi a censurare pubblicamente quel compagno che esprima un qualche disaccordo con la situazione esistente. 'Queste pressioni fanno in modo che l' alunno non sia autonomo e lo porta a livelli di irrazionalità che sfociano nella violenza', segnala l' analisi del CIEF''. 
Per questo - e per altri articoli come questo - Arroyo è stato arrestato e rinchiuso nel carcere di Chafarina, a Guantanamo. Questa volta la condanna - 26 anni di reclusione - è molto, molto più pesante di quelle che Arroyo aveva subito negli anni passati. Perché le accuse, per lui come per gli altri giornalisti arrestati, sono tali - atti contro l' indipendenza e l' integrità territoriale dello Stato - da prevedere fino alla pena di morte. 

   Palese asimmetria

La lettura dei capi di imputazione, come si è visto, mette in luce in maniera palese la asimmetria fra i reati contestati e il comportamento concreto - per non parlare della produzione giornalistica - degli imputati. Che, al di là delle questioni politico-ideologiche, è forse la chiave per leggere la vicenda in una maniera relativamente ''oggettiva''.
L' unico riferimento che appare più consistentente - giuridicamente parlando - per  legare quella condotta a una ipotesi pesante come quella prevista dall' articolo 91 del codice penale è quella relativa a incontri in cui si sarebbero studiate strategie per distruggere la struttura politica e sociale di Cuba. Ma non  c' è alcuna specifica contestazione relativa a fatti organizzativi e operativi che concretizzino queste supposte strategie.
Così come, in generale, in tutta la vicenda della retata dei 75 dissidenti non c' è alcun riferimento a una eventuale condotta classificabile come attività di spionaggio, né, tanto meno, a presunti progetti operativi di carattere eversivo.
Nello stesso tempo, diversamente dal passato, le accuse contro gli arrestati non includono i reati tipici previsti dalle norme per la repressione del dissenso, come la propaganda nemica o i pubblici disordini.
I reati contestati sono esclusivamente quelli previsti dall' articolo 91 del codice penale oppure - e questo accade nella maggior dei processi contro i giornalisti - quelli definiti dalla Legge 88 del 1999, ribattezzata ''Legge bavaglio'', dal momento che investe soprattutto la sfera della libertà di espressione e di riunione.
Anche dalla ricostruzione della vicenda fatta il 9 aprile alla stampa internazionale dal ministro degli esteri Felipe Perez Roque non emergono circostanze sostanzialmente diverse da quelle contenute nel capo di imputazione.
E lo stesso si può dire per quanto riguarda i materiali raccolti dagli infiltrati dei servizi di sicurezza, ben dodici  le 'talpe'', che, per la loro particolarissima collocazione all' interno dei gruppi dei dissidenti, avrebbero dovuto essere sicuramente a conoscenza di tutte le loro attività, anche quelle più riservate ed eventualmente ''segrete''.
Un altro elemento da sottolineare è la relativa esiguità del mondo della stampa indipendente a Cuba, almeno dal punto di vista ufficiale.  Lo enfatizza lo stesso ministro degli esteri - questa volta anche forzando i toni per esigenze ''retoriche'' interne al suo intervento con la stampa (l' incontro è rivolto soprattutto ai giornalisti stranieri).
''Dei 37 accusati che per anni si sono proclamati "giornalisti indipendenti", mentre esercitavano il loro lavoro come agenti del governo degli Stati Uniti a Cuba, in realtà solo 4 erano laureati in giornalismo o sono stati giornalisti una volta, chiaro?, 4 su 37. A Cuba non esiste il tecnico medio (il diplomato, ndr) in giornalismo, chiaro?, né in nessun altro luogo al mondo. Sono 4 quelli che hanno studiato giornalismo in qualche università e hanno lavorato alcune volte come giornalista, 4 su 37. Quattordici su 37 hanno compiuto studi universitari, compresi questi 4, chiaro?'' 
E poi, soprattutto, continua Perez Roque, ''a Cuba oltre ai 157 corrispondenti che lavorano per i mass media stranieri – alcuni cittadini di altri Paesi, altri cubani, 157 in totale, una parte importante dei quali è oggi in questa sede-, a Cuba lavorano come giornalisti laureati, con il diploma di Laurea rilasciato dalle nostre università dopo cinque anni di studi, molti con corsi di post-laurea in altre istituzioni e università del mondo, 2.175 giornalisti*. Per favore, chiarite che i giornalisti siete voi e sono loro, i 2.175 giornalisti cubani che lavorano oggi in 548 mezzi di comunicazione cubani –cinquecentoquarantotto!; radio, televisione, stampa, dei quali 237 hanno versioni digitali.
Ecco la stampa cubana; non i mercenari che pubblicano nel Miami Herald quello che i loro padroni gli orientano''.
Il ministro calca ancora di più i toni sulla presunta marginalità dei giornalisti indipendenti.

‘'Quando sento dire ad alcune personalità che il meglio dell' intellettualità cubana è stata accusata, in realtà, penso ai nostri colleghi, alle nostre glorie della danza, della musica, delle lettere, della poesia, della pittura, del teatro, alle nostre personalità del giornalismo, ai nostri scrittori. Mi sembra che ignorare in questo modo l'intellettualità cubana, riducendola a questo gruppo di persone, solo perché fra di loro ce ne sono alcuni laureati, alcuni intellettuali, alcune persone che una volta esercitarono il giornalismo, mi sembra veramente un'offesa allo sforzo da noi svolto nell'istruzione del nostro popolo e della cultura.

Ecco ciò che stanno facendo a Cuba. Si cerca di presentare questo come un movimento autoctono, nato a Cuba, la "società civile" –la chiamano- a Cuba, ignorando le oltre 2 000 organizzazioni non governative e associazioni cubane, che includono dai chef cuochi fino alle organizzazioni di donne, gruppi ecologisti, centri di studio, organizzazioni di giovani, di studenti, delle più svariate materie dell'attività sociale ed economica del Paese, insultando infatti tutte queste organizzazioni e le loro decine, centinaia di migliaia e, in alcuni casi, milioni di membri.
Cercano di presentare un tentativo di opposizione escogitato e finanziato dall'estero, in ottemperanza della Legge Helms-Burton come un movimento di opposizione nato a Cuba.
*I giornalisti cubani sono associati nella Unione de Periodistas de Cuba, ''organizzazione sociale e professionale, non governativa, costituita il 15 luglio del 1963'', come spiega l' home-page del loro sito (http://www.cubaperiodistas.cu/perfil.htm). Fra i suoi obbiettivi generali e i suoi doveri, l' UPEC si impegna a ''difendere i giornalisti nell' esercizio legale ed etico della professione, il diritto di accesso alle fonti (...) e a contribuire alla loro formazione nelle migliori tradizioni del pensiero politico cubano e negli alti principi patriottici, etici e democratici che ispirano la società cubana''.
Nonostante questa valanga di contestazioni, non sembra che siano stati messi in campo elementi tali da assegnare al comportamento dei dissidenti arrestati una reale, intrinseca pericolosità, che possa giustificare il ricorso all' articolo 91 del codice penale o le pesantissime pene inflitte sulla base di norme - la Legge 88 - che in quattro anni dal momento della sua approvazione non era mai stata applicata fino al 18 marzo.
Una considerazione che vale a maggior ragione per i giornalisti dal momento che - contrariamente all' attività dei militanti politici o di quelli per i diritti umani - la loro produzione (anche per questioni tecniche oggettive) ha un impatto limitatissimo sull' opinione pubblica cubana e circola soprattutto all' estero, per gli ambienti degli esiliati, per gli addetti ai diritti umani e per rinverdire ogni tanto il mito del pericolo comunista a 90 miglia dalle coste della Florida e nel cuore delle Ameri

Amnesty: ''prigionieri d' opinione'' 

Valutazioni analoghe sono state avanzate da Amnesty International, che il 3 giugno scorso ha diffuso un rapporto sul crackdown di marzo, definendo i 75 dissidenti come ''prigionieri d' opinione''.  Il rapporto dedica una grossa attenzione agli aspetti giudiziari della vicenda e quindi alla Legge 88. 

Una legge contro l' embargo 

La legge 88 è stata sempre vista - lo spiega la stessa introduzione agli articoli della norma - come una risposta alla Helms-Burton, a una minaccia esterna. E in modo analogo le autorità cubane hanno ripetutamente presentato l' operazione di marzo come una contromossa rispetto alla aggressione Usa.
In una recente conferenza stampa (18 aprile 2003), per esempio, il ministro degli esteri Felipe Perez Roque - rileva Amnesty international in suo rapporto sulla vicenda del 3 giugno scorso (http://web.amnesty.org/library/print/ENGAMR250172003) - ha spiegato che Cuba si era recentemente astenuta dall' applicare quella legge per ''spirito di tolleranza'': 
La legge applicata per fermare i mercenari che agiscono al servizio del potere che sta attaccando il nostro popolo risale alla fine degli anni Novanta e non era stata finora applicata, in uno spirito di tolleranza; essa era la nostra risposta alla legge Helms-Burton; ma ora siamo stati messi in una situazione in cui non avevamo altra scelta, e l' abbiamo applicata. (*)
Come si vede la legge viene presentata come la risposta cubana alla percezione di una agressione Usa e la retata dei dissidenti come una reazione alla iniziativa Usa piuttosto che a una minaccia interna. In un' altra conferenza stampa (9 aprile, già citata) il ministro degli esteri aveva messo in luce chiaramente questa connessione, concludendo un esame dello spirito della Legge 88 con queste parole:
Questa è la Sezione di interessi Usa all' Avana, e, come è stato ampiamente provato nei processi, essa crea, dirige, finanzia, stimola e protegge la creazione e il lavoro sovversivo dei suoi agenti a Cuba. Come lo fa? In base alla legge Helms-Burton.
Sebbene la legge risalga al 1999, questa retata - rileva ancora Amnesty International - segna la prima volta che le norme della Legge 88 vengono utilizzate in processi penali a Cuba. Questo aspetto è fonte di grave preoccupazione dal momento che molti elementi di quella legge - rispecchiando altri aspetti del complessivo impianto legale cubano - sembrano costituire delle restrizioni illegittime a diritti internazionalmente riconosciuti.
Gli standard internazionali chiariscono che l' esercizio del diritto alla libertà di espressione, fra gli altri, può essere soggetto a restrizioni solo in casi ben definiti ed eccezionali. L' articolo 19 della Convenzione internazionale dei diritti dell' uomo limita queste restrizioni a ''quelle che sono previste dalle legge e sono necessarie: a) per assicurare il rispetto del diritto alla reputazione degli altri; b) per la protezione della sicurezza nazionale o dell' ordine pubblico, o della salute e della morale pubblica''
Il  Comitato per i diritti umani, a proposito dell' articolo 19 specifica che, ''quando uno Stato impone alcune restrizioni all' esercizio della libertà di espressione, queste non possono mettere a repentaglio il diritto stesso. La giurisprudenza internazionale ha poi affermato che qualsiasi restrizione deve essere strettamente proporzionata alla minaccia eventualmente portata alla sicurezza nazionale o ad altri legittimi interessi, e non deve eccedere rispetto a quanto è strettamente necessario per raggiungere quello scopo''.
Al contrario, la Costituzione cubana (articolo 62) pone chiaramente delle limitazioni eccessive all' esercizio di questa fondamentale libertà:
''nessuna delle libertà riconosciute per i cittadini può essere esercitata contro quanto stabilito  dalla Costituzione cubana e dalla legge, in particolare contro l' esistenza e gli obbiettivi dello stato socialista, o contro la decisione del popolo cubano di costruire il socialismo e il comunismo'' *.
In questo modo l' esercizio di libertà fondamentali percepito come ''contrario'' al sistema non è costituzionalmente protetto. La Legge 88, e altre leggi del sistema cubano, introduce varie restrizioni a queste libertà, in violazione agli standard internazionali.
Illegittime restrizioni di diritti fondamentali comportano di conseguenza anche illegittime detenzioni, in questo caso decise sulla base della Legge 88 o dell' articolo 91 del codice penale relativo agli atti contro l' indipendenza e l' integrità territoriale dello Stato.

* Più in generale, all' articolo 53, la Costituzione riconosce ai cittadini libertà di parola e di stampa ''conformemente ai fini della società socialista. Le condizioni materiali per il suo esercizio sono determinate dal fatto che stampa, radio e televisione, il cine e gli altri mezzi di diffusione di massa sono di proprietà statale o sociale e non possono essere oggetto, in nessun caso, di proprietà privata, cosa che assicura il loro uso al servizio esclusivo del popolo lavoratore e dell' interesse della società'' (http://www.cubaperiodistas.cu/libertaddeprensa/principio3.htm)

Allarmante, secondo Amnesty,  il fatto che la descrizione di numerosi comportamenti vietati appare così generica e vaga da rischiare di essere interpretata soggettivamente in danno delle libertà fondamentali: può essere il caso dell' articolo 9 della Legge 88, che sanziona ''ogni atto teso a impedire o pregiudicare' le relazioni economiche di Cuba oppure il ''materiale sovversivo'' previsto dall' articolo 6. Lo stesso vale per l' articolo 91 del codice penale relativamente ad ''atti che mirano a danneggiare l' indipendenza o l' integrità territoriale dello Stato'', una fattispecie il cui relativo comportamento è mal definito e si presta a interpretazioni soggettive e quindi apre le porte a una potenziale detenzione arbitraria.
Per quanto riguarda i processi contro i dissidenti, anche Amnesty rileva come, in generale, le accuse contro di loro siano in estrema sintesi
- di aver ricevuto fondi e/o materiali dal governo degli Stati Uniti, attraverso sue agenzie o terze parti
- per impegnarsi in attività che le autorità cubane percepivano come sovversive e pericolose per l' ordine interno e/o utilizzabili ai fini dell' embargo o altre misure punitive da parte degli Stati Uniti contro Cuba.

Come detto, la legge Helms-Burton prevede stanziamenti a individui o gruppi per sostenere gli sforzi di ''costruzione della democrazia'' a Cuba. In più gli Usa finanziano altre iniziative, come Radio Martì, l' emittente con sede a Miami che ha come compito quello di diffondere a Cuba putni di vista critici contro Castro e il sistema cubano. Il ministro Perez Roque ha fatto ampi riferimenti a questi fondi nella conferenza stampa del 9 aprile. Agenti della sicurezza infiltrati nei gruppi dei dissidenti, che hanno poi testimoniato nei processi, hanno raccontato il regolare arrivo di fondi da parte di vari gruppi Usa che, a loro volta, venivano finanziati da agenzie del governo americano.Cuba ha ripetutamente e duramente condannato queste pratiche definendole, insieme all' embargo Usa, degli atti di aggressione. Cuba ha inoltre accusato gli Stati Uniti di provocazioni dopo l' insediamento di James Cason al vertice della Sezione di interessi Usa all' Avana. 

Né spionaggio né minacce alla sicurezza 

I dissidenti non sono stati incriminati sulla base degli articoli del codice penale che puniscono lo spionaggio o la rivelazione di segreti concernenti la sicurezza dello Stato (articoli 95-97) e le prove presentate non fanno alcun riferimento a tali attività. Nessuno di essi ricopriva funzioni tali da poter aver accesso a informazioni sensibili. Al di là delle argomentazioni del governo cubano sulle attività Usa nell' isola, un' analisi delle limitate informazioni contenute nei documenti processuali indica che il comportamento specifico di ciascun dissidente incriminato era non-violento e sembrava ricadere più nei parametri di un legittimo esercizio di libertà fondamentali che in quelli di una riconoscibile attività criminale.     
Sulla base dei documenti disponibili anche Amnesty rileva come le attività sulla cui base sono state avanzate le imputazioni siano sostanzialmente quelle già esaminate prima in relazione al caso Gonzalez Alfonso-Rivero Castaneda.
In particolare:
- pubblicazione di articoli o concessione di interviste, in media Usa o di altri paesi, ritenuti critici del sistema economico e sociale cubano o della politica dell' isola sui diritti umani;
- contatti con organizzazioni internazionali dei diritti umani;
- contatti con enti o individui ritenuti ostili agli interessi di Cuba, inclusi funzionari americani a Cuba e dirigenti o gruppi della comunità dell' esilio cubano negli Usa o in Europa;
- distribuzione o possesso di materiali, come radio, batterie, equipaggiamenti video o pubblicazioni, da parte della Sezione di Interessi Usa all' Avana;
- adesione a gruppi privi di riconoscimento ufficiale da parte delle autorità cubane e accusate di essere controrivoluzionarie, inclusi fra gli altri sindacati non ufficiali, associazioni professionali - come medici o insegnanti -, istituti accademici, associazioni di giornalisti e biblioteche indipendenti.  

Benché il governo cubano abbia denunciato queste attività come una minaccia alla sicurezza nazionale e per questo le abbia perseguite, tali comportamenti costituiscono - secondo Amnesty - un legettimo esercizio delle libertà di espressione, riunione ed associazione e non possono da sole giustificare la reazione repressiva delle autorità. 

Ricapitolando le prove presentate ai processi, Amnesty international conclude: 
Benché le autorità cubane abbiano sostenuto che le prove dimostravano l' esistenza di una minaccia alla sicurezza nazionale e che per questo abbia perseguito gli imputati, tali prove in se stesse non sono indicative di alcuna evidente attività criminale, e non possono in se stesse giustificare la reazione repressiva delle autorità.

''Disamericanizzare il problema Cuba'' 

Resta da capire naturalmente perché Castro abbia deciso questa accelerazione così improvvisa e pesante, con una campagna contro la stampa di durezza inusitata, dopo un periodo di relativa tolleranza.
E' un discorso affrontato in alcuni saggi e articoli che segnaliamo in una appendice a questo Rapporto, inserita dopo un' ampia ricostruzione cronologica.
Qui ci limitiamo a concludere che le accuse contestate ai giornalisti indipendenti - che pure il governo tenta di far passare per agenti e ''mercenari'' dell' Impero Usa - non rientrano né nello spionaggio né nella rivelazione di segreti relativi alla sicurezza dello Stato e che le loro azioni rientrano nei parametri dell' esercizio della libertà di espressione e di riunione, più che in quelli di comportamenti criminali.
Il ministro degli esteri Felipe Perez Roque ha sostenuto che la situazione è precipitata con l' arrivo all' Avana del nuovo capo della Sezione di interessi Usa, James Cason, e, ricordando che 40 anni di embargo sarebbero costati a Cuba qualcosa come 70 milioni di dollari, ha spiegato che la Legge 88 è stata varata come risposta all' inasprimento dell' embargo venuto con la Legge Helms-Burton e che fino a marzo Cuba si era astenuta comunque dall' utilizzarla contro i dissidenti per ''spirito di tolleranza''.
La maxiretata di marzo (con le sue pesantissime condanne nei processi dei primi di aprile, da 6 a 28 anni di reclusione) rappresenta un ulteriore inasprimento della spirale di azioni e reazioni che caratterizza da decenni il problema Cuba e che - col crollo del muro di Berlino - sembra aver congelato la situazione in una sorta di cupa e ossessionante partita a due fra Castro e Washington.
Oltre a produrre danni economici e sociali rilevantissimi, l' embargo, come rileva anche Amnesty International, ha alimentato un clima in cui i diritti fondamentali come la libertà d' espressione sono stati costantemente calpestati e, nello stesso tempo, ha fornito un alibi al governo cubano per la sua politica repressiva.
Osvaldo Paya, forse il più noto dissidente cubano, padre del Pogetto Varela, ha detto recentemente in una intervista (
''Non sono né comunista né traditore'', il Manifesto, 7 giugno 2003) che per spezzare questa spirale bisognerebbe  ''disamericanizzare il problema cubano''.
Un obbiettivo che potrebbe realisticamente porsi l' Unione europea. Per esempio con una iniziativa politica che spinga Castro a liberare i dissidenti arrestati impegnandosi a ricongelare la Legge 88 e Washington a ritirare la Legge Helms-Burton - come del resto più volte sollecitato dall' Onu - come primo passo di una riconsiderazione di tutta la sua politica nei confronti di Cuba.

    per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it