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Cuba: comunismo ''cha-cha-cha''?

"...Nel film Havana con Robert Redford (1990) un personaggio dice: "In Russia il comunismo è noioso, ma se lo porti ai tropici è... cha-cha-cha!". La battuta dice molto più di quel che sembra: l'edonismo e lo humour sono stati la "dissidenza" dei cubani, i comportamenti quotidiani hanno plasmato dal basso il modello economico-sociale impedendogli di diventare la mostruosa dittatura staliniana che piace descrivere ai male informati. Cuba non è la Corea del Nord e Castro non è Kim Il Sung, chi si attendesse deliranti manifestazioni di culto della personalità rimarrebbe deluso: sull'isola non ci sono busti né ritratti ufficiali dell'uomo che tutti chiamano semplicemente "Fidel". Cuba non è nemmeno un qualsiasi paese dell'America centrale. C'è uno stato sociale. La sanità pubblica funziona bene, produce vaccini e li regala al resto del continente. Tutti i bambini vanno a scuola e l'istruzione è gratuita fino alla laurea (l'analfabetismo fu sconfitto già nei primi due anni di rivoluzione). C'è un'intensa vita artistica e culturale e i cubani sono lettori forti: da quando la carta è razionata, non è raro vederli in fila per ore pur di comprare uno dei pochi libri pubblicati, di qualunque libro si tratti. Dopo la rivoluzione, non sono mai esistiti squadroni della morte. Il codice penale non prevede condanne detentive superiori a vent'anni [...]
Certamente vi sono cose deprecabili: la pena di morte, l'ottusità burocratica, la censura nei confronti di Internet, le leggi che limitano i contatti tra cubani e stranieri etc. D'altra parte non va dimenticato che Cuba rimane sotto assedio economico e ideologico, e La Yuma è a sole novanta miglia. La Yuma è come i cubani chiamano gli Usa, superpotenza che ha sostenuto le più sanguinarie dittature in America Latina, che sul fronte interno impone leggi liberticide e su quello esterno bombarda dove capita facendo stragi di civili e disastri ambientali, eppure continua ad aizzare il mondo contro quest'isola. Vecchie storie di pagliuzze e travi. Se esistesse una Champions League delle violazioni dei diritti umani, Cuba sarebbe iscritta a forza al torneo e forse vincerebbe qualche partita, ma non avrebbe alcuna chance di arrivare in finale. La surclasserebbero molte nazioni "democratiche"..."
(da Postfazione di Wu Ming 1 a ''Sulle orme del Che'', di Patrick Symmes, Einaudi 2002). 

Questo punto di vista, abbastanza diffuso e non solo in Italia, ha cominciato a vacillare pesantemente quando, a partire dal 18 marzo, Fidel Castro ha scatenato una massiccia campagna poliziesca e giudiziaria - senza precedenti - contro un'ottantina di dissidenti, fra cui 29 giornalisti, arrestati con l'accusa di nascondere dietro la facciata di attivisti per i diritti umani o di sedicenti free-lance ''indipendenti'' un'attività da ''mercenari'' al soldo dell' Impero Usa: strumenti, in parole povere, di quello che ormai viene definito l' ''imperialismo dei diritti umani''.
Una ''ola repressiva'' - come i banner dei siti web anticastristi l'hanno subito definita - che è culminata nella fucilazione dei tre presunti capi del commando che il primo aprile aveva tentato di dirottare un traghetto nelle acque dell' Avana.
La vicenda ha provocato durissime prese di posizione a livello internazionale e polemiche anche molto accese all' interno dell' opinione pubblica progressista, mettendo fortemente in crisi la sensazione che in quell'isola, in fondo, il livello di repressione contro la dissidenza fosse tutto sommato non soffocante tenendo conto dell' assedio sempre più stringente a cui Cuba continua ad essere sottoposta. 

* I documenti contenuti in questo dossier sono stati trovati su internet (e ripresi qui senza chiedere autorizzazioni) , tranne i servizi di alcuni redattori dell' Ansa e il notiziario dell' agenzia, con cui è stata compilata la cronologia. Ringraziamo il direttore Pier Luigi Magnaschi per averci consentito di utilizzare questo materiale.
    per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it