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Un caso per tutti: Raul Rivero
Scrittore e poeta cubano

nella foto (Raul Rivero)

RAUL RIVERO: ''Sono solo uno che scrive''
(La Nacion, aprile 2002) 

La Legge sulla protezione dell'indipendenza nazionale e dell'economia di Cuba consente alle autorità del mio paese di condannarmi alla reclusione per l'unico atto sovrano che ho compiuto fino da quando ho avuto l' uso di ragione: scrivere senza essere sotto dettatura.
La strada che ho intrapreso qualche anno fa, dopo una rottura totale con la stampa governativa e i media culturali, mi ha trasformato in in un essere umano differente, qualcuno che si è liberato dalla propria servitù, qualcuno che in circostanze ostili e minacciose può cominciare il viaggio verso la libertà individuale.
Paura, prigione e persecuzione mi sono serviti solo a dare maggior valore a queste scoperte. Hanno contribuito al fatto che la mia devozione alla sovranità dell'individuo è ora molto più che un'idea o una necessità: è un insopprimibile istinto.
E così, un ordine scritto nell'inchiostro sbiadito dell'inganno politico e avvolto in rozzi trucchi per far sembrare che noi, un piccolo gruppo di giornalisti, lavoriamo a Cuba come complici dei trafficanti di droga o mercenari salariati dagli Stati Uniti, mi produce dentro solo un misto di ripugnanza.
Gli anni di prigione che la legge promette con tanta generosità devono essere guardati con un senso di costernazione che va oltre la paura del carcere e della punizione. Essi significano presentare la nazione cubana come una cisti tribale nel corpo dei Caraibi, chiusa a ogni informazione e discussione di idee, lontana dall'evoluzione e dallo scambio.
Ho risposto alle armi spianate da questa nuova legge, agli insulti di oscuri funzionari e impiegatucci del giornalismo, alle telefonate minacciose che mi arrivano in casa con la gioia di sapere che sono libero, la sicurezza che fare giornalismo con obiettività e in maniera professionale  e scrivere le mie opinioni sulla società in cui vivo non può essere una grave offesa.
Non posso sentirmi colpevole. E' quasi come se mi avessero accusato di respirare, o come se  avessero chiesto di condannarmi perché amo le mie figlie, mia madre, mia moglie, mio fratello, i miei amici. Non posso convincermi che sono un criminale perché ho raccontato con precisione il dramma di più di 300 prigionieri politici, oppure scritto che un palazzo della Vecchia Avana era stato demolito, oppure pubblicato una intervista con un cubano che vuole una società pluralistica, completa di tanto di libertà di espressione.
Nessuno, nessuna legge potrà farmi assumere la mentalità di un criminale soltanto perché do la notizia dell'arresto di un dissidente o denuncio l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base a Cuba o perché pubblico un commento in cui spiego che mi sembra un disastro che migliaia e migliaia di cubani lascino ogni anno il loro paese per andare in esilio negli Usa. Nessuno può farmi sentire come un criminale, un agente nemico, o qualcuno  che non ama il suo paese. O farmi credere a qualcuna di quelle altre assurde accuse che il governo usa per degradarmi ed umiliarmi. Sono soltanto un uomo che scrive. Un uomo che scrive nella terra in cui è nato e dove sono nati i suoi nonni'.

RAUL RIVERO: un profilo
(di  Fabrice Bory, da latinreporters.com)

PARIGI, 14 FEBBRAIO 2002  -  (...)   Rivero è nato nel 1945 in una piccola città della provincia di Camaguey. Dopo gli studi in giornalismo all' università dell' Avana, si mette al servizio della rivoluzione e segue le tracce di Guillermo Cabrera Infante, Eduardo Manet, Heberto Padilla e di altri artisti e scrittori cubani che allora credevano in Fidel Castro.
Quarantatre anni più tardi la maggior parte di quelli citati prima si sono dispersi per il mondo: qualcuno ha deciso di lasciare il paese, qualcun altro è stato espulso dal regime castrista, altri vivono ancora all'Avana. Fra questi figura Raul Rivero, che esprime ad alta voce la sua opposizione e rifiuta ostinatamente di prendere la via dell' esilio: ''Per anni ho collaborato alla stampa ufficiale. A volte provo un senso di colpa per aver partecipato a una menzogna... Il fatto di aver contribuito a questa menzogna mi fa restare a Cuba''.
La luna di miele fra il poeta cubano e il regime castrista si consuma in più tappe. Nel 1989 decide di lasciare la rispettabile Unione degli scrittori e artisti cubani, celebre istituzione della cultura cubana, più nota come Uneac. Due anni dopo firma la ''Lettera dei 10'', una petizione che chiede a Fidel Castro elezioni libere e la scarcerazione dei prigionieri politici. Non è che l'inizio, perché proprio in quel periodo Raul Rivero e i giornalisti Yndamiro Restano, Nestor Baguer e Rafael Solano aprono una breccia nel monopolio dell' informazione e fanno pian piano uscire le prime informazioni da fonti cubane indipendenti. Bisogna sottolineare che a Cuba la situazione dei giornalisti indipendenti è molto precaria. In  questo paese, spiega Rivero, ''non c'è libertà di stampa. Peggio ancora, non c'è stampa. Sotto forma di giornali, riviste, trasmissioni radio e televisive circola una visione della vita che lo Stato vuole imporre alla popolazione''.
Raul Rivero dovrà aspettare il 1995, periodo in cui si sviluppano piccole agenzie di stampa indipendenti, per fondare Cuba Press. Lascia quindi il giornalismo ufficiale e si espone sempre di più alla repressione delle autorità. Oggi è il solo firmatario della ''Lettera dei 10'' rimasto a Cuba. A dispetto delle pressioni, delle minacce e degli arresti rifiuta l' esilio.
''Raul Rivero è diventato per noi, scrittori, giornalisti e intellettuali dell' Europa democratica l' uomo che ammiriamo di più. Un esempio di coscienza professionale eccezionale. Una persona... a cui l' idea di lasciare il suo paese d' origine risulta insopportabile'', spiega il suo compatriota Eduardo Manet.
Deciso a restare a Cuba, il fondatore di Cuba Press ha rifiutato a più riprese un visto di uscita definitivo, l'unico che le autorità sono pronte a concedergli.
A Cuba, ''nello spazio che c'è fra il partire e il tornare bisogna fondare il permanere, perché restare sarà sempre un antidoto contro il disincanto e un antidoto contro l'oblio'', spiega il poeta-giornalista.
La sua libertà di circolazione è limitata. E' stato sequestrato e minacciato a più riprese, la sua famiglia sottoposta a intimidazioni e i suoi documenti confiscati. Chiamato nel 1999 a ricevere un premio speciale della Columbia University, negli Stati Uniti, Raul Rivero si è visto invitato all' esilio.
''Il governo mi ha ripetutamente proposto un biglietto di semplice andata per l' estero, ma io credo che il mio posto è qui. Sono prima di tutto un professionista dell' informazione... è qui a Cuba che voglio continuare a fare il mio lavoro''.   
Raul Rivero continua quindi con ostinazione il suo mestiere di giornalista in condizioni precarie e con mezzi tecnici molto limitati. Dal maggio 2001 fa parte della Società di giornalisti ''Manuel Marquez Sterling'', che ha per obiettivo la promozione della libertà di espressione e di informazione e la formazione professionale dei giornalisti cubani.
Se passate per il centro dell' Avana, passeggiate accanto a Penalver, fra Franco e Oquendo, per prendere qualche notizia del dissidente Rivero. Vi inviterà volentieri a bere un caffè. Altrimenti immergetevi nei primi versi di una sua poesia, ''Patria'', e capirete perché non vuole partire:
''Patria mia mi facevi male
come un bacio e una ferita
e questo dolore era
dolce e profondo
insopportabile e tenero''.
     

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