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La stampa indipendente cubana nel tempo della globalizzazione

di Emilio Sanchez Cartas *
(da CubaNuestra, 22 novembre 2002)

Singolarità della stampa indipendente

Il giornalismo indipendente a Cuba è un fenomeno recente, con lineamenti assolutamente singolari. In pratica sorge nel 1995, si sviluppa sostanzialmente su Internet e, salvo casi eccezionali di uso di pseudonimi, circola sempre con la firma degli autori. Tendenzialmente questo giornalismo si smarca dall' agenda politica e fa professione di informazione vera sugli avvenimenti del paese.
Una parte degli ispiratori proviene dai gruppi dissidenti o di opposizione e tutti comunque sono coscienti di esporsi a meccanismi di controllo, vigilanza e pressione da parte del governo.
Sebbene alcuni giornalisti definiscano la propria attività come essenzialmente professionale, è chiaro che una simile affiliazione risulta, quanto meno, una sfida.
La stampa clandestina di opposizione nasce negli anni Sessanta, con un fine più politico che propriamente giornalistico. Le pubblicazioni hanno carattere sporadico, senza regolarità, e una scarsa influenza fra la popolazione. Escono anche dei bollettini dal carcere, che circolano fra i prigionieri politici e filtrano anche all' estero.
E' chiaro che comunque nessuna di queste esperienze si può definire propriamente giornalismo indipendente.
Nei primi 30 anni dopo l'avvento di Castro, il governo ha represso fortemente non solo qualsiasi attività oppositrice, attaccando anche con prontezza opinioni ed atteggiamenti eterodossi. Come si spiega che ora sembra esserci una maggiore tolleranza?  Ci sono una combinazione di fattori - economici, politici e sociali - che lo favoriscono. Prima di tutto la crisi economica obbliga a fare qualche concessione - come legalizzare il possesso di dollari, anche se dovrebbe essere punito con anni di reclusione - e permettere l' esistenza di piccoli commerci privati, cosa che presuppone fonti di reddito autonome, distinte da quelle statali. E infine l'apertura al turismo straniero, che trasforma il panorama nazionale, sempre più difficile da preservare.
Un ambiente di crescente perdita di legittimità e di appoggio in gran parte della popolazione diventa un brodo di cultura di atteggiamenti ribelli e contestatari e, a sua volta, risulta difficile per il governo trovare eco al suo discorso intollerante. E questo si ripercuote sull'efficacia dei controlli e della vigilanza. Una progressiva perdita di credibilità e la crisi del commercio estero spiegano le offensive diplomatiche, il miglioramento delle relazioni con la Chiesa - il cui culmine è stata la visita di Giovanni Paolo II - la concessione di autorizzazioni ad alcune agenzie di informazione e a periodici nordamericani per aprire redazioni all' Avana, ecc.  Infine va sottolineato il prestigio del giornalismo indipendente conseguito grazie alla diffusione del suo lavoro nel mondo - che gli ha fruttato vari riconoscimenti internazionali - e alla sua volontà e coraggio civile, che gli sono valse il riconoscimento di governanti e personalità di rilievo.
Il governo è quindi giunto alla conclusione che risulta più conveniente tollerarne l' ttività - almeno fino a un certo limite - piuttosto che usare la forza. In pratica non si applicano più i criteri di repressione usati fino ai primi anni Novanta.
Pesa anche il limitato impatto che questo giornalismo ha nell' isola e il fatto che essendo internet vietata al privato il potenziale pubblico destinatario di questo messaggio è praticamente inesistente. Ciò nonostante, i giornalisti hanno ricevuto minacce o  sono stati arrestati per ''propaganda nemica'' o ''diffusione di notizie false''.
Dal 1977 esiste la Legge sulla dignità e la sovranità nazionale, che prevede pene dai tre ai dieci anni di reclusione a chi collabora con ''mezzi di informazione del nemico'' - cioè stranieri -. Al di là della retorica la legge non è mai stata applicata. In effetti l'appartenenza a qualsiasi organizzazione non riconosciuta può provocare una condanna da uno a tre mesi di carcere. Molte agenzie hanno sollecitato questo riconoscimento ma a nessuna  è stato concesso. Il governo, tra l'altro, non potrebbe riconoscerle senza stabilire un pericoloso precedente per varie organizzazioni di difesa dei diritti umani, gruppi o partiti di opposizione, tuttora in cerca di un status legale. In altre parole: il farlo significherebbe provocare lo smantellamento della struttura politica.
Ogni sistema politico presuppone un certo modello di comunicazione dominante. I regimi totalitari o autoritari - entrambi gli aggettivi vengono applicati al sistema cubano come in passato ai paesi del socialismo reale - non riconoscono le regole e i procedimenti del sistemi democratici, così come le libertà nel campo della comunicazione e diversi diritti umani come, in particolare, il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, alla libertà di opinione e di espressione; a quella di riunione e di associazione pacifica. In queste società, seguendo le idee di Benito Mussolini, non esiste vita sociale fuori dello Stato. Questo controlla tutto: lavoro, alimentazione, salute pubblica, educazione, cultura, divertimento. Una complessa rete di organizzazioni inquadra i gruppi sociali in relazione a età, professione, residenza, ecc. A immagine di Stalin, sono le cinghie di trasmissione dal partito alle masse; mobilitano e trasmettono idee e obbiettivi. In pratica, un meccanismo di mobilitazione, controllo e indottrinamento. Il modello di informazione che predominava nei paesi socialisti e che è in funzione a Cuba è di carattere informazionale. Esso, come si sa, privilegia un concetto di comunicazione come trasmissione fra due poli, un emittente e un recettore. Il primo con un ruolo messianico e illuminista, il secondo con un atteggiamento passivo e disciplinato. Grazie a questa divisione gerarchica, le masse vengono trasformate in semplici assimilatori di messaggi. E se si intendono i mezzi di comunicazione di massa come strumenti di trasmissione dell' ideologia, non c' è posto per la trasparenza nè per una versione pluralistica degli avvenimenti. La stampa esegue gli ordini del partito è il suo portavoce. Per questo il partito esercita un controllo assoluto dei media: nomina i direttori di periodici e stazioni radio-televisive, seleziona i temi, suggerisce il taglio: il contesto inibisce l' iniziativa personale, che è fonte di ogni creatività, e gli interessi dei giornalisti rimangono nell' ombra.
Di fronte a un panorama così asfissiante, nella seconda metà degli anni Ottanta si levarono voci di critica nel partito, nei media e nelle associazioni dei giornalisti. Ma il desiderio di introdurre qualche riforma è rimasto vano. Risulta impossibile democratizzare un modello di comunicazione senza colpire la struttura politica e far vacillare il potere. Il governo ha capito molto bene che una brezza basta per scatenare una tempesta e per questo si è sempre mostrato sordo a qualsiasi cambiamento. Quello che fanno i giornalisti indipendenti mette in crisi quotidianamente il modello di comunicazione verticalista e autoritario.  

Le agenzie di stampa

Da cinque appena nel 1990, a 21 nel 2002, con un totale di 144 giornalisti e una media di sette giornalisti per ciascuna. Sono le agenzia di informazione, la forma di gran lunga prevalente che il giornalismo indipendente ha assunto a Cuba.
Non ci sono statistiche sulla composizione per età e grado di istruzione dei giornalisti. Si può comunque affermare, mediamente, che la loro età oscilla fra i 40 e i 45 anni, che circa le metà di loro ha fatto studi universitari mentre gli altri studi medi superiori, che i maschi sono l' 80 per cento. Hanno origini professionali diverse: la maggior parte di quelli che dirigono le agenzie vengono dalla professione giornalistica, altri sono scrittori o professori universitari, ingegneri, medici e c' è anche qualche contadino.
Molto variegate le motivazioni che li hanno spinti: in generale il punto di partenza è stata una determinata posizione politica di fronte al governo, non necessariamente di opposizione, ma anche di semplice critica o di dubbio. Poiché il pluralismo politico non è consentito, parte degli slanci di impegno civile si canalizzano nei gruppi per i diritti umani e dei dissidenti. Numerosi giornalisti provengono da quei gruppi. Per molti l' impegno giornalistico costituisce una sorta di sublimazione dell'attività di opposizione, svolta sotto il manto protettore del giornalismo. Anche la frustrazione professionale e la mancanza di incentivi di vita può funzionare come motivazione. Di fronte a una notevole disperazione e mediocrità sociale, possono aver visto qui una nuova opportunità di realizzazione individuale. Sebbene minima - qualcuno la calcola fra il 5 e il 10 per cento - una parte dei giornalisti compie disciplinatamente il suo lavoro e rischia la tranquillità sua e della sua famiglia con in mente un obbiettivo fisso: emigrare. Quando non si ha fortuna col sorteggio dei visti, la creazione di una etichetta di persona scomoda - grazie anche alle segnalazioni della polizia - facilita un visto di emigrante negli Stati Uniti come rifugiato politico. Per alcuni questa via, anche se laboriosa e non esente da rischi, potrebbe essere più sicura che non sfidare su una zattera lo stretto della Florida. I giornalisti viseros  (sono chiamati  balseros quelli che fuggono su imbarcazioni di fortuna, le balsas) sono stati criticati dai loro colleghi in un'ottica di purezza che non sembra corrispondere con la realtà. Forse è desiderabile contare su persone idealiste e disinteressate, e certamente ce ne sono, ma ciò non le rende immuni dalle circostanze che spingono tanti ad emigrare. Al contrario, forse le rende più vulnerabili. Per farlo i cubani hanno provato tutto: sfidare gli squali su una camera d' aria, rubare un aeroplano, oppure anche comprare un posto in un barca di contrabbandieri, o un foglio con precedenti penali politici. O crearsi una leggenda come dissidente o giornalista indipendente.
Che sia per una causa reale o fittizia, alcuni giornalisti hanno spiegato che si sono visti costretti ad andare in esilio per la persecuzione. Non ci sono statistiche rispetto al numero, così come non si sa bene se, una volta all' estero, costoro mantengono rapporti con la propria attività di prima.
Il tema dei contributi dall' estero risulta certamente opaco. Le persone che dsi occupano di questo aspetto di solito non sono molto aperti sulla questione delle cifre, e non nascondono le proprie precauzioni. Alla polizia infatti quello dell'assistenza dall'esterno è un tema che interessa molto. La propaganda li ha definiti infatti ''mercenari'', pagati dal ''nemico''. E' un fatto che i giornalisti ricevono degli aiuti in danaro, fondamentalmente attraverso le pagine internet o altre pubblicazioni. Nel primo caso ogni pagina - che vive di differenti fonti di finanziamento - decide l'ammontare e la forma dell'aiuto. La finalità, eminentemente umanitaria, è di compensare la carenza di introiti. Poiché a Cuba lo Stato controlla il mercato del lavoro, coloro che hanno rinunciato o hanno perso il lavoro restano abbandonati. In ogni caso, sebbene il suo ammontare non sia noto, si sa che esso è modesto. In ogni caso, sufficiente perché i giornalisti possano soddisfare le necessità di base della sua famiglia, senza che questo comporti un miglioramento sostanziale del livello di vita, in proporzione col resto dei cubani.
In alcune occasioni organizzazioni come Reporters sans frontières hanno fatto donazioni, anche se non se ne conosce l' ammontare e i criteri di distribuzione. Fino ad ora nessuno ha negato compensi provenienti dal governo nordamericano o di partito e organizzazioni politiche. Però non si sa con certezza se tutti concordano con questo punto di vista. Nello stesso tempo non si sa se organismi di intelligence oppure organizzazioni politiche dell' esilio inviino aiuti coperti. Cubanet, per esempio,  che riceve fondi da USAID (Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale) non può utilizzare questi soldi in aiuti umanitari; tuttavia riconosce che lo fa con i fondi della NED (National Endowment for Democracy). Infine, quei pochi che sono riusciti a lavorare regolarmente con mezzi di comunicazione internazionali ricevono dei compensi per la loro collaborazione. I giornalisti hanno insistito sul loro diritto a ricevere una retribuzione per il proprio lavoro, come è naturale nei paesi democratici. In questo senso gli aiuti umanitari sono un palliativo che non si coniugherebbe troppo bene con la pretesa di indipendenza e di professionismo.

Il prodotto

Il volume di produzione delle agenzie di stampa indipendenti è diseguale e non ci sono studi che chiariscano il livello di qualità di tale produzione. In ogni caso qualsiasi riflessione su questo piano deve partire dalle circostanze in cui essa viene elaborata. La precarietà materiale definisce i primi limiti: nessun computer, poche macchine da scrivere, scarsezza di carta e altri strumenti. Il trasporto terrestre o la comunicazione telefonica si muovono a livello del difficile e dell' imprevedibile. A queste si sommano le difficoltà della vita quotidiana. Cose comunque incomparabili col resto. La propaganda governativa squalifica i giornalisti, su cui pende la minaccia di pene severe. In qualche caso vengono arrestati e detenuti per qualche ora nella maggior parte dei casi. Se non hanno rinunciato alla loro attività vengono espulsi. A volte sono al centro di campagne di ripudio, una sorta di variante cubana dei pogrom nazisti. In altri casi la polizia li visita periodicamente, li sottopone ad avvertimenti, minacce o offerte di esilio o di collaborazione. Alcuni sono stati condannati, sebbene con imputazioni non legate direttamente alla loro professione. In questo contesto si richiede uno sforzo cosciente per mantenere un atteggiamento spregiudicato, equilibrato e obbiettivo nel fare informazione.
In più, a differenza dei giornalisti ufficiali o della stampa straniera, agli indipendenti non viene dato accesso a conferenze stampa o eventi ufficiali. In molti casi non è loro consentito l' uso di documenti e bibliografie delle biblioteche pubbliche. La consultazione di differenti fonti di informazione, o il contrasto di differenti punti di vista e l' utilizzo di antecedenti e riferimenti sono di fatto impossibili.  
Sebbene sia noto che la popolazione ascolta le radio straniere in lingua spagnola, non si hanno dati circa le opinioni che provoca il loro lavoro e l' uso che di esso si fa, così come il grado di notorietà o di anonimato dei giornalisti fra la popolazione, le valutazioni del loro lavoro, ecc.
Tutto ciò condiziona, da un lato la preminenza del commento, l' articolo o la cronaca, che dipendono fondamentalmente dalla opinione e dalla esperienza dell' autore, rispetto agli altri generi giornalistici, come la intervista o il reportage. Come si dice nel gergo, ci sono ''poche notizie'', cosa che spiega la copertura, a volte, di fatti troppo banali. Mentre la stampa ufficiale non affronta di solito certi temi, quella indipendente si è costruito una sorta di riserva in cui abbondano le cattive notizie. Così, questioni come violazione dei diritti umani, repressione dei dissidenti, diserzioni, prigioni, carenze, disastri, malattie sono i temi ricorrenti. Tuttavia, la tendenza a caricare la mano sui temi tabù e la la critica al sistema possono stancare per saturazione. E sarebbe da chiedersi fino a che punto il prodotto è condizionato anche da quello che, a giudizio dei giornalisti, si desidera leggere o sentire a Miami, dove si edita il materiale. Mentre molte questioni avrebbero bisogno di un atteggiamento spregiudicato, multilaterale e, infine, indipendente. Anche se una parte dei giornalisti sono professionisti, la maggioranza di essi comincia questo lavoro senza avere la più vaga idea di che cos'è un lead o di quali siano le tecniche e le pratiche redazionali. Non hanno sentito parlare di Ryszard Kapuscinsky, di Oriana Fallaci o di Ton Wolfe. Poiché la carriera giornalistica è stata sempre molto selettiva e gli studi universitari riservati ai ''rivoluzionari'', devono ricorrere all' autodidattica, ai laboratori organizzati da altri colleghi più avvantaggiati e alla infallibile pratica del mestiere. In alcuni commenti sulla stampa indipendente, parallelamente agli elogi per il suo coraggio e il suo senso civico, si sottolinea che, per le condizioni in cui si trova ad operare, non le si possono applicare i parametri di qualità del giornalismo nordamericano. All' inizio comunque la stampa indipendente venne accolta da  critiche da ogni parte: sia il governo cubano che i mezzi di comunicazione stranieri concordavano sulla pessima qualità dei suoi prodotti. Poi la formazione delle agenzie, la discussione interna, la tenacia e la pratica hanno portato un miglioramento della qualità.
Un contributo alla formazione professionale è venuto comunque anche dall' estero. Basta pensare all'International Media Center dell'Università internazionale della Florida (FIU), che tiene un corso per corrispondenza per giornalisti indipendenti, le cui caratteristiche e i cui risultati però non sono noti. Per questa iniziativa comunque l' università ha ricevuto nel 2000 dall'USAID un finanziamento di 392.000 dollari. Recentemente si è poi tenuto all' Avana un seminario sulla stampa in Svezia organizzato dal SILC, la Fondazione di cooperazione per la democrazia del Partito liberale svedese.
In conclusione, è un criterio abbastanza condiviso che, a cinque anni dalla sua nascita, la stampa indipendente è riuscita a migliorare, in generale, la qualità dei suoi prodotti.

Internet e il giornalismo indipendente

Il governo cubano afferma di essere impegnato a favorire una rivoluzione tecnologica. Si cita, ad esempio, l' esistenza di equipes informatiche in tutte le università, istituti preuniversitari e politecnici e i 174 Joven club - presenti in 162 municipi - possiedono 1.858 computer di ultima generazione multimediali.
Attualmente Cuba possiede 32 reti pubbliche a cui si sommano 100 reti di carattere locale. Al di là delle difficoltà e dei prezzi, sempre più cubani possiedono computer in casa propria.
L' accesso alla posta elettronica, sebbene limitato, è sempre più frequente. La comunicazione segue un modello invariabile: non trattare temi controversi. Quanto a Internet, continua ad essere, come nel mito biblico, il frutto proibito della conoscenza, riservato solo a pochi e sottoposto a stretti controlli. Per ora l' accesso alla rete è privilegio esclusivo delle istituzioni statali, universitarie, ministeri e laboratori di monitoraggio poliziesco. Curiosamente sul mercato nero non si trovano solo computer e programmi, ma anche accessi pirata a Internet.
Il governo cubano si sente attratto e preoccupato per le ripercussioni delle nuove tecnologie.  Da un lato gli interessa approfittare dei benefici della globalizzazione dal punto di vista commerciale, finanziario, scientifico e propagandistico. Dall' altro lo inquieta il fatto che la popolazione possa ricevere prodotti il cui contenuto, dal suo punto di vista, è inaccettabile. In questo settore si situano in particolare l' informazione e l' intrattenimento.
A giudicare dalla chiusura che ha caratterizzato la politica informativa del governo, con il blocco dei segnali radiofonici e la proibizione di antenne per captare la televisione straniera, la mancanza di interesse del governo per rendere estensivo l' uso di Internet a tutta la popolazione probabilmente non si deve tanto alle cattive condizioni delle linee telefoniche, quanto a ragioni politiche e di sicurezza.
Non è ozioso ricordare che il governo ha approvato leggi, in cui le telecomunicazioni svolgono un ruolo importante, per stimolare individui e organizzazioni a provocare dei cambiamenti democratici nell'isola.  Per questo si capisce come, dal 1966 - anno in cui Cuba si unì alla rete -, vengano regolati l'uso e lo sviluppo delle reti di informazione e dei servizi di Internet.
Sebbene l'accesso individuale sia rimasto per il momento bloccato, ci si può chiedere se la stampa indipendente potrà rivolgersi a questo pubblico quando tali limitazione sparirà. Può essere utile riferirsi al caso della Cina, nella misura in cui costituisce un modello che Cuba può prendere come riferimento. In Cina Internet ha registrato uno sviluppo sorprendente negli ultimi anni. Il governo ha rischiato creando siti che attraggono, cercando un bilanciamento nell' informazione - molte notizie di agenzie straniere, ma evitando sia un taglio  troppo ostile sia uno troppo favorevole. All' inizio era risultato relativamente facile bloccare i siti indesiderabili e monitorarne l' uso, in presenza di una scarsità di postazioni, linee telefoniche e provider. Con lo sviluppo delle infrastrutture e l' aumento del numero degli utilizzatori sono aumentate le restrizioni, fra cui l'obbligo di registrarsi, e sono state varate leggi  più precise per evitarne l' impiego a fini di opposizione. L' esperienza però mostra che il controllo non è assoluto. Gli internauti sono riusciti in certi casi a burlarsi della censura e a diffondere informazioni o penetrare in siti bloccati. 
A Cuba non sono state applicate le riforme economiche cinesi, ma le relative aperture e gli interscambi, per piccoli che siano, sono condizioni perché lo spazio si allarghi. Le restrizioni creano solo il desiderio di dare uno scossone. Per questo lo sviluppo delle reti, anche se con alcune limitazioni, è un indubitabile passo avanti, e i giornalisti non saranno certo gli ultimi a beneficiarne.

Conclusioni

La stampa indipendente cubana è uno dei fenomeni più singolari del mondo latinoamericano degli ultimi tempi dal punto di vista comunicologico e sociopolitico. Insieme agli altri gruppi che hanno proclamato la propria indipendenza e hanno deciso di opporsi al governo, essa fa da contrappeso all' apparente unità monolitica che esso reclama e costituisce una variabile importante nel processo di emersione della società civile. Visto che non si vedono all' orizzonte cambi politici nel futuro immediato, si può concludere che essa dovrà crescere, seguendo le tendenze analoghe dei gruppi civili e di opposizione. Sicuramente, procedendo nell' ampliamento dell sua esperienza, dovrà riuscire a raggiungere una maggiore qualità.
Ma, quale sarebbe il destino dei giornalisti indipendenti in una Cuba post-Castro? Supponendo che il processo di transizione non sia troppo lungo, ci si può augurare che una volta istallata la democrazia il giornalismo indipendente si estingua. In condizioni di stampa libera la sua ragione di essere scompare. Inoltre, in circostanze diverse cambieranno le vecchie motivazioni. Né l' emigrazione né l' attivismo politico, né il mercato del lavoro si comporteranno allo stesso modo. Quelli che, per vocazione o per desiderio, decideranno di continuare, sicuramente si inseriranno nei nuovi giornali come editorialisti, redattori, editori o manager. Per il momento sembrerebbe che in questo carattere clandestino e quasi miracoloso del giornalismo indipendente, che qualcuno vede come un segno di debolezza, si radichi la sua redenzione. Juan Gonzalez è contadino e giornalista indipendente. Poiché vive lontano dalla città più vicina e i trasporti non sono facili, trasmette i suoi pezzi  una volta alla settimana. Tira fuori dal taschino della camicia i fogli arrotolati e macchiati di terra su cui ha scritto una notizia o un commento. Detta per telefono le sue righe a un' agenzia indipendente all' Avana. Lì le trascrivono con una vecchia macchina da scrivere e poi le trasmettono per fax alla redazione a Miami, dove le riversano in rete, a disposizione dei media e dei lettori di tutto il mondo.
Il giorno che il governo cubano permetterà un accesso senza restrizioni a Internet, che diventerà così uno strumento comune, sarà assurdo che un messaggio segua un percorso così inverosimile. Quel giorno gli stessi giornalisti cancelleranno con un tratto di penna un paradosso così aberrante. 

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