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Singolarità
della stampa indipendente
Il giornalismo indipendente a Cuba è un fenomeno
recente, con lineamenti assolutamente singolari. In pratica
sorge nel 1995, si sviluppa sostanzialmente su Internet e,
salvo casi eccezionali di uso di pseudonimi, circola sempre
con la firma degli autori. Tendenzialmente questo
giornalismo si smarca dall' agenda politica e fa professione
di informazione vera sugli avvenimenti del paese.
Una parte degli ispiratori proviene dai gruppi dissidenti o
di opposizione e tutti comunque sono coscienti di esporsi a
meccanismi di controllo, vigilanza e pressione da parte del
governo.
Sebbene alcuni giornalisti definiscano la propria attività
come essenzialmente professionale, è chiaro che una simile
affiliazione risulta, quanto meno, una sfida.
La stampa clandestina di opposizione nasce negli anni
Sessanta, con un fine più politico che propriamente
giornalistico. Le pubblicazioni hanno carattere sporadico,
senza regolarità, e una scarsa influenza fra la popolazione.
Escono anche dei bollettini dal carcere, che circolano fra i
prigionieri politici e filtrano anche all' estero.
E' chiaro che comunque nessuna di queste esperienze si può
definire propriamente giornalismo indipendente.
Nei primi 30 anni dopo l'avvento di Castro, il governo ha
represso fortemente non solo qualsiasi attività oppositrice,
attaccando anche con prontezza opinioni ed atteggiamenti
eterodossi. Come si spiega che ora sembra esserci una
maggiore tolleranza? Ci sono una combinazione di fattori -
economici, politici e sociali - che lo favoriscono. Prima di
tutto la crisi economica obbliga a fare qualche concessione -
come legalizzare il possesso di dollari, anche se dovrebbe
essere punito con anni di reclusione - e permettere l'
esistenza di piccoli commerci privati, cosa che presuppone
fonti di reddito autonome, distinte da quelle statali. E
infine l'apertura al turismo straniero, che trasforma il
panorama nazionale, sempre più difficile da preservare.
Un ambiente di crescente perdita di legittimità e di
appoggio in gran parte della popolazione diventa un brodo di
cultura di atteggiamenti ribelli e contestatari e, a sua
volta, risulta difficile per il governo trovare eco al suo
discorso intollerante. E questo si ripercuote sull'efficacia dei controlli e della vigilanza. Una progressiva
perdita di credibilità e la crisi del commercio estero
spiegano le offensive diplomatiche, il miglioramento delle
relazioni con la Chiesa - il cui culmine è stata la visita
di Giovanni Paolo II - la concessione di autorizzazioni ad
alcune agenzie di informazione e a periodici nordamericani
per aprire redazioni all' Avana, ecc. Infine va
sottolineato il prestigio del giornalismo indipendente
conseguito grazie alla diffusione del suo lavoro nel mondo -
che gli ha fruttato vari riconoscimenti internazionali - e
alla sua volontà e coraggio civile, che gli sono valse il
riconoscimento di governanti e personalità di rilievo.
Il governo è quindi giunto alla conclusione che risulta più
conveniente tollerarne l' ttività - almeno fino a un certo
limite - piuttosto che usare la forza. In pratica non si
applicano più i criteri di repressione usati fino ai primi
anni Novanta.
Pesa anche il limitato impatto che questo giornalismo ha
nell' isola e il fatto che essendo internet vietata al
privato il potenziale pubblico destinatario di questo
messaggio è praticamente inesistente. Ciò nonostante, i
giornalisti hanno ricevuto minacce o sono stati arrestati
per ''propaganda nemica'' o ''diffusione di notizie false''.
Dal 1977 esiste la Legge sulla dignità e la sovranità
nazionale, che prevede pene dai tre ai dieci anni di
reclusione a chi collabora con ''mezzi di informazione del
nemico'' - cioè stranieri -. Al di là della retorica la
legge non è mai stata applicata. In effetti l'appartenenza
a qualsiasi organizzazione non riconosciuta può provocare
una condanna da uno a tre mesi di carcere. Molte agenzie
hanno sollecitato questo riconoscimento ma a nessuna è
stato concesso. Il governo, tra l'altro, non potrebbe
riconoscerle senza stabilire un pericoloso precedente per
varie organizzazioni di difesa dei diritti umani, gruppi o
partiti di opposizione, tuttora in cerca di un status
legale. In altre parole: il farlo significherebbe provocare
lo smantellamento della struttura politica.
Ogni sistema politico presuppone un certo modello di
comunicazione dominante. I regimi totalitari o autoritari -
entrambi gli aggettivi vengono applicati al sistema cubano
come in passato ai paesi del socialismo reale - non
riconoscono le regole e i procedimenti del sistemi
democratici, così come le libertà nel campo della
comunicazione e diversi diritti umani come, in particolare,
il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di
religione, alla libertà di opinione e di espressione; a
quella di riunione e di associazione pacifica. In queste
società, seguendo le idee di Benito Mussolini, non esiste
vita sociale fuori dello Stato. Questo controlla tutto:
lavoro, alimentazione, salute pubblica, educazione, cultura,
divertimento. Una complessa rete di organizzazioni inquadra
i gruppi sociali in relazione a età, professione, residenza,
ecc. A immagine di Stalin, sono le cinghie di trasmissione
dal partito alle masse; mobilitano e trasmettono idee e
obbiettivi. In pratica, un meccanismo di mobilitazione,
controllo e indottrinamento. Il modello di informazione che
predominava nei paesi socialisti e che è in funzione a Cuba
è di carattere informazionale. Esso, come si sa,
privilegia un concetto di comunicazione come trasmissione
fra due poli, un emittente e un recettore. Il primo con un
ruolo messianico e illuminista, il secondo con un
atteggiamento passivo e disciplinato. Grazie a questa
divisione gerarchica, le masse vengono trasformate in
semplici assimilatori di messaggi. E se si intendono i mezzi
di comunicazione di massa come strumenti di trasmissione
dell' ideologia, non c' è posto per la trasparenza nè per
una versione pluralistica degli avvenimenti. La stampa
esegue gli ordini del partito è il suo portavoce. Per questo
il partito esercita un controllo assoluto dei media: nomina
i direttori di periodici e stazioni radio-televisive,
seleziona i temi, suggerisce il taglio: il contesto inibisce
l' iniziativa personale, che è fonte di ogni creatività, e
gli interessi dei giornalisti rimangono nell' ombra.
Di fronte a un panorama così asfissiante, nella seconda metà
degli anni Ottanta si levarono voci di critica nel partito,
nei media e nelle associazioni dei giornalisti. Ma il
desiderio di introdurre qualche riforma è rimasto vano.
Risulta impossibile democratizzare un modello di
comunicazione senza colpire la struttura politica e far
vacillare il potere. Il governo ha capito molto bene che una
brezza basta per scatenare una tempesta e per questo si è
sempre mostrato sordo a qualsiasi cambiamento. Quello che
fanno i giornalisti indipendenti mette in crisi
quotidianamente il modello di comunicazione verticalista e
autoritario.
Le agenzie di stampa
Da cinque appena nel 1990, a 21 nel 2002, con un totale
di 144 giornalisti e una media di sette giornalisti per
ciascuna. Sono le agenzia di informazione, la forma di
gran lunga prevalente che il giornalismo indipendente ha
assunto a Cuba.
Non ci sono statistiche sulla composizione per età e grado
di istruzione dei giornalisti. Si può comunque affermare,
mediamente, che la loro età oscilla fra i 40 e i 45 anni,
che circa le metà di loro ha fatto studi universitari mentre
gli altri studi medi superiori, che i maschi sono l' 80 per
cento. Hanno origini professionali diverse: la maggior parte
di quelli che dirigono le agenzie vengono dalla professione
giornalistica, altri sono scrittori o professori
universitari, ingegneri, medici e c' è anche qualche
contadino.
Molto variegate le motivazioni che li hanno spinti: in
generale il punto di partenza è stata una determinata
posizione politica di fronte al governo, non necessariamente
di opposizione, ma anche di semplice critica o di dubbio.
Poiché il pluralismo politico non è consentito, parte degli
slanci di impegno civile si canalizzano nei gruppi per i
diritti umani e dei dissidenti. Numerosi giornalisti
provengono da quei gruppi. Per molti l' impegno
giornalistico costituisce una sorta di sublimazione dell'attività di opposizione, svolta sotto il manto protettore
del giornalismo. Anche la frustrazione professionale e la
mancanza di incentivi di vita può funzionare come
motivazione. Di fronte a una notevole disperazione e
mediocrità sociale, possono aver visto qui una nuova
opportunità di realizzazione individuale. Sebbene minima -
qualcuno la calcola fra il 5 e il 10 per cento - una parte
dei giornalisti compie disciplinatamente il suo lavoro e
rischia la tranquillità sua e della sua famiglia con in
mente un obbiettivo fisso: emigrare. Quando non si ha
fortuna col sorteggio dei visti, la creazione di una
etichetta di persona scomoda - grazie anche alle
segnalazioni della polizia - facilita un visto di emigrante
negli Stati Uniti come rifugiato politico. Per alcuni questa
via, anche se laboriosa e non esente da rischi, potrebbe
essere più sicura che non sfidare su una zattera lo stretto
della Florida. I giornalisti viseros (sono chiamati
balseros quelli che fuggono su imbarcazioni di
fortuna, le balsas) sono stati criticati dai loro colleghi
in un'ottica di purezza che non sembra corrispondere con la
realtà. Forse è desiderabile contare su persone idealiste e
disinteressate, e certamente ce ne sono, ma ciò non le rende
immuni dalle circostanze che spingono tanti ad emigrare. Al
contrario, forse le rende più vulnerabili. Per farlo i
cubani hanno provato tutto: sfidare gli squali su una camera
d' aria, rubare un aeroplano, oppure anche comprare un posto
in un barca di contrabbandieri, o un foglio con precedenti
penali politici. O crearsi una leggenda come dissidente o
giornalista indipendente.
Che sia per una causa reale o fittizia, alcuni giornalisti
hanno spiegato che si sono visti costretti ad andare in
esilio per la persecuzione. Non ci sono statistiche rispetto
al numero, così come non si sa bene se, una volta all'
estero, costoro mantengono rapporti con la propria attività
di prima.
Il tema dei contributi dall' estero risulta certamente
opaco. Le persone che dsi occupano di questo aspetto di
solito non sono molto aperti sulla questione delle cifre, e
non nascondono le proprie precauzioni. Alla polizia infatti
quello dell'assistenza dall'esterno è un tema che
interessa molto. La propaganda li ha definiti infatti ''mercenari'',
pagati dal ''nemico''. E' un fatto che i giornalisti
ricevono degli aiuti in danaro, fondamentalmente attraverso
le pagine internet o altre pubblicazioni. Nel primo caso
ogni pagina - che vive di differenti fonti di finanziamento
- decide l'ammontare e la forma dell'aiuto. La finalità,
eminentemente umanitaria, è di compensare la carenza di
introiti. Poiché a Cuba lo Stato controlla il mercato del
lavoro, coloro che hanno rinunciato o hanno perso il lavoro
restano abbandonati. In ogni caso, sebbene il suo ammontare
non sia noto, si sa che esso è modesto. In ogni caso,
sufficiente perché i giornalisti possano soddisfare le
necessità di base della sua famiglia, senza che questo
comporti un miglioramento sostanziale del livello di vita,
in proporzione col resto dei cubani.
In alcune occasioni organizzazioni come Reporters sans
frontières hanno fatto donazioni, anche se non se ne conosce
l' ammontare e i criteri di distribuzione. Fino ad ora
nessuno ha negato compensi provenienti dal governo
nordamericano o di partito e organizzazioni politiche. Però
non si sa con certezza se tutti concordano con questo punto
di vista. Nello stesso tempo non si sa se organismi di
intelligence oppure organizzazioni politiche dell' esilio
inviino aiuti coperti. Cubanet, per esempio, che riceve
fondi da USAID (Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale)
non può utilizzare questi soldi in aiuti umanitari; tuttavia
riconosce che lo fa con i fondi della NED (National
Endowment for Democracy). Infine, quei pochi che sono
riusciti a lavorare regolarmente con mezzi di comunicazione
internazionali ricevono dei compensi per la loro
collaborazione. I giornalisti hanno insistito sul loro
diritto a ricevere una retribuzione per il proprio lavoro,
come è naturale nei paesi democratici. In questo senso gli
aiuti umanitari sono un palliativo che non si coniugherebbe
troppo bene con la pretesa di indipendenza e di
professionismo.
Il prodotto
Il volume di produzione delle agenzie di stampa
indipendenti è diseguale e non ci sono studi che chiariscano
il livello di qualità di tale produzione. In ogni caso
qualsiasi riflessione su questo piano deve partire dalle
circostanze in cui essa viene elaborata. La precarietà
materiale definisce i primi limiti: nessun computer, poche
macchine da scrivere, scarsezza di carta e altri strumenti.
Il trasporto terrestre o la comunicazione telefonica si
muovono a livello del difficile e dell' imprevedibile. A
queste si sommano le difficoltà della vita quotidiana. Cose
comunque incomparabili col resto. La propaganda governativa
squalifica i giornalisti, su cui pende la minaccia di pene
severe. In qualche caso vengono arrestati e detenuti per
qualche ora nella maggior parte dei casi. Se non hanno
rinunciato alla loro attività vengono espulsi. A volte sono
al centro di campagne di ripudio, una sorta di variante
cubana dei pogrom nazisti. In altri casi la polizia li
visita periodicamente, li sottopone ad avvertimenti, minacce
o offerte di esilio o di collaborazione. Alcuni sono stati
condannati, sebbene con imputazioni non legate direttamente
alla loro professione. In questo contesto si richiede uno
sforzo cosciente per mantenere un atteggiamento
spregiudicato, equilibrato e obbiettivo nel fare
informazione.
In più, a differenza dei giornalisti ufficiali o della
stampa straniera, agli indipendenti non viene dato accesso a
conferenze stampa o eventi ufficiali. In molti casi non è
loro consentito l' uso di documenti e bibliografie delle
biblioteche pubbliche. La consultazione di differenti fonti
di informazione, o il contrasto di differenti punti di vista
e l' utilizzo di antecedenti e riferimenti sono di fatto
impossibili.
Sebbene sia noto che la popolazione ascolta
le radio straniere in lingua spagnola, non si hanno dati
circa le opinioni che provoca il loro lavoro e l' uso che di
esso si fa, così come il grado di notorietà o di anonimato
dei giornalisti fra la popolazione, le valutazioni del loro
lavoro, ecc.
Tutto ciò condiziona, da un lato la preminenza del commento,
l' articolo o la cronaca, che dipendono fondamentalmente
dalla opinione e dalla esperienza dell' autore, rispetto
agli altri generi giornalistici, come la intervista o il
reportage. Come si dice nel gergo, ci sono ''poche notizie'',
cosa che spiega la copertura, a volte, di fatti troppo
banali. Mentre la stampa ufficiale non affronta di solito
certi temi, quella indipendente si è costruito una sorta di
riserva in cui abbondano le cattive notizie. Così, questioni
come violazione dei diritti umani, repressione dei
dissidenti, diserzioni, prigioni, carenze, disastri,
malattie sono i temi ricorrenti. Tuttavia, la tendenza a
caricare la mano sui temi tabù e la la critica al sistema
possono stancare per saturazione. E sarebbe da chiedersi
fino a che punto il prodotto è condizionato anche da quello
che, a giudizio dei giornalisti, si desidera leggere o
sentire a Miami, dove si edita il materiale. Mentre molte
questioni avrebbero bisogno di un atteggiamento
spregiudicato, multilaterale e, infine, indipendente. Anche
se una parte dei giornalisti sono professionisti, la
maggioranza di essi comincia questo lavoro senza avere la
più vaga idea di che cos'è un lead o di quali siano le
tecniche e le pratiche redazionali. Non hanno sentito
parlare di Ryszard Kapuscinsky, di Oriana Fallaci o di Ton
Wolfe. Poiché la carriera giornalistica è stata sempre molto
selettiva e gli studi universitari riservati ai ''rivoluzionari'',
devono ricorrere all' autodidattica, ai laboratori
organizzati da altri colleghi più avvantaggiati e alla
infallibile pratica del mestiere. In alcuni commenti sulla
stampa indipendente, parallelamente agli elogi per il suo
coraggio e il suo senso civico, si sottolinea che, per le
condizioni in cui si trova ad operare, non le si possono
applicare i parametri di qualità del giornalismo
nordamericano. All' inizio comunque la stampa indipendente
venne accolta da critiche da ogni parte: sia il governo
cubano che i mezzi di comunicazione stranieri concordavano
sulla pessima qualità dei suoi prodotti. Poi la formazione
delle agenzie, la discussione interna, la tenacia e la
pratica hanno portato un miglioramento della qualità.
Un contributo alla formazione professionale è venuto
comunque anche dall' estero. Basta pensare all'International Media Center dell'Università internazionale
della Florida (FIU), che tiene un corso per corrispondenza
per giornalisti indipendenti, le cui caratteristiche e i cui
risultati però non sono noti. Per questa iniziativa comunque
l' università ha ricevuto nel 2000 dall'USAID un
finanziamento di 392.000 dollari. Recentemente si è poi
tenuto all' Avana un seminario sulla stampa in Svezia
organizzato dal SILC, la Fondazione di cooperazione per la
democrazia del Partito liberale svedese.
In conclusione, è un criterio abbastanza condiviso che, a
cinque anni dalla sua nascita, la stampa indipendente è
riuscita a migliorare, in generale, la qualità dei suoi
prodotti.
Internet e il giornalismo indipendente
Il governo cubano afferma di
essere impegnato a favorire una rivoluzione tecnologica. Si
cita, ad esempio, l' esistenza di equipes informatiche in
tutte le università, istituti preuniversitari e politecnici
e i 174 Joven club - presenti in 162 municipi - possiedono
1.858 computer di ultima generazione multimediali.
Attualmente Cuba possiede 32 reti pubbliche a cui si sommano
100 reti di carattere locale. Al di là delle difficoltà e
dei prezzi, sempre più cubani possiedono computer in casa
propria.
L' accesso alla posta elettronica, sebbene limitato, è
sempre più frequente. La comunicazione segue un modello
invariabile: non trattare temi controversi. Quanto a
Internet, continua ad essere, come nel mito biblico, il
frutto proibito della conoscenza, riservato solo a pochi e
sottoposto a stretti controlli. Per ora l' accesso alla rete
è privilegio esclusivo delle istituzioni statali,
universitarie, ministeri e laboratori di monitoraggio
poliziesco. Curiosamente sul mercato nero non si trovano
solo computer e programmi, ma anche accessi pirata a
Internet.
Il governo cubano si sente attratto e preoccupato per le
ripercussioni delle nuove tecnologie. Da un lato gli
interessa approfittare dei benefici della globalizzazione
dal punto di vista commerciale, finanziario, scientifico e
propagandistico. Dall' altro lo inquieta il fatto che la
popolazione possa ricevere prodotti il cui contenuto, dal
suo punto di vista, è inaccettabile. In questo settore si
situano in particolare l' informazione e l' intrattenimento.
A giudicare dalla chiusura che ha caratterizzato la politica
informativa del governo, con il blocco dei segnali
radiofonici e la proibizione di antenne per captare la
televisione straniera, la mancanza di interesse del governo
per rendere estensivo l' uso di Internet a tutta la
popolazione probabilmente non si deve tanto alle cattive
condizioni delle linee telefoniche, quanto a ragioni
politiche e di sicurezza.
Non è ozioso ricordare che il governo ha approvato leggi, in
cui le telecomunicazioni svolgono un ruolo importante, per
stimolare individui e organizzazioni a provocare dei
cambiamenti democratici nell'isola. Per questo si capisce
come, dal 1966 - anno in cui Cuba si unì alla rete -,
vengano regolati l'uso e lo sviluppo delle reti di
informazione e dei servizi di Internet.
Sebbene l'accesso individuale sia rimasto per il momento
bloccato, ci si può chiedere se la stampa indipendente
potrà rivolgersi a questo pubblico quando tali limitazione
sparirà. Può essere utile riferirsi al caso della Cina,
nella misura in cui costituisce un modello che Cuba può
prendere come riferimento. In Cina Internet ha registrato
uno sviluppo sorprendente negli ultimi anni. Il governo ha
rischiato creando siti che attraggono, cercando un
bilanciamento nell' informazione - molte notizie di agenzie
straniere, ma evitando sia un taglio troppo ostile sia uno
troppo favorevole. All' inizio era risultato relativamente
facile bloccare i siti indesiderabili e monitorarne l' uso,
in presenza di una scarsità di postazioni, linee telefoniche
e provider. Con lo sviluppo delle infrastrutture e l'
aumento del numero degli utilizzatori sono aumentate le
restrizioni, fra cui l'obbligo di registrarsi, e sono state
varate leggi più precise per evitarne l' impiego a fini di
opposizione. L' esperienza però mostra che il controllo non
è assoluto. Gli internauti sono riusciti in certi casi a
burlarsi della censura e a diffondere informazioni o
penetrare in siti bloccati.
A Cuba non sono state applicate le riforme economiche
cinesi, ma le relative aperture e gli interscambi, per
piccoli che siano, sono condizioni perché lo spazio si
allarghi. Le restrizioni creano solo il desiderio di dare uno
scossone. Per questo lo sviluppo delle reti, anche se con
alcune limitazioni, è un indubitabile passo avanti, e i
giornalisti non saranno certo gli ultimi a beneficiarne.
Conclusioni
La stampa indipendente
cubana è uno dei fenomeni più singolari del mondo
latinoamericano degli ultimi tempi dal punto di vista
comunicologico e sociopolitico. Insieme agli altri gruppi
che hanno proclamato la propria indipendenza e hanno deciso
di opporsi al governo, essa fa da contrappeso all' apparente
unità monolitica che esso reclama e costituisce una
variabile importante nel processo di emersione della società
civile. Visto che non si vedono all' orizzonte cambi
politici nel futuro immediato, si può concludere che essa
dovrà crescere, seguendo le tendenze analoghe dei gruppi
civili e di opposizione. Sicuramente, procedendo nell'
ampliamento dell sua esperienza, dovrà riuscire a
raggiungere una maggiore qualità.
Ma, quale sarebbe il destino dei giornalisti indipendenti in
una Cuba post-Castro? Supponendo che il processo di
transizione non sia troppo lungo, ci si può augurare che una
volta istallata la democrazia il giornalismo indipendente si
estingua. In condizioni di stampa libera la sua ragione di
essere scompare. Inoltre, in circostanze diverse cambieranno
le vecchie motivazioni. Né l' emigrazione né l' attivismo
politico, né il mercato del lavoro si comporteranno allo
stesso modo. Quelli che, per vocazione o per desiderio,
decideranno di continuare, sicuramente si inseriranno nei
nuovi giornali come editorialisti, redattori, editori o
manager. Per il momento sembrerebbe che in questo carattere
clandestino e quasi miracoloso del giornalismo indipendente,
che qualcuno vede come un segno di debolezza, si radichi la
sua redenzione. Juan Gonzalez è contadino e giornalista
indipendente. Poiché vive lontano dalla città più vicina e i
trasporti non sono facili, trasmette i suoi pezzi una volta
alla settimana. Tira fuori dal taschino della camicia i
fogli arrotolati e macchiati di terra su cui ha scritto una
notizia o un commento. Detta per telefono le sue righe a un'
agenzia indipendente all' Avana. Lì le trascrivono con una
vecchia macchina da scrivere e poi le trasmettono per fax
alla redazione a Miami, dove le riversano in rete, a
disposizione dei media e dei lettori di tutto il mondo.
Il giorno che il governo cubano permetterà un accesso senza
restrizioni a Internet, che diventerà così uno strumento
comune, sarà assurdo che un messaggio segua un percorso così
inverosimile. Quel giorno gli stessi giornalisti
cancelleranno con un tratto di penna un paradosso così
aberrante.
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