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Lo stato di salute della libertà di stampa nel mondo

   

 
La situazione

Sui centonovantuno stati che siedono alle Nazioni Unite, sono poco più di una trentina quelli che rispettano completamente la libertà di stampa, e un'altra cinquantina quelli che la rispettano approssimativamente. La situazione resta invece negativa in ottanta paesi ed estremamente negativa in almeno trenta.
Non c'è da meravigliarsi: la carta della libertà di stampa coincide con quella della democrazia e del rispetto dei diritti dell'uomo. Regioni intere in Africa, in Medio Oriente e in Asia restano zone di non diritto per la libertà di espressione e la libera circolazione dell'informazione. In più della metà dei paesi del mondo quindi, a cominciare dal più grande, la Cina, ogni espressione di dissenso e ogni manifestazione di opposizione al potere sono represse severamente.

Le leggi liberticide

Da circa quindici anni nel mondo si assiste a una colossale operazione di cosmesi. I monarchi per diritto divino, i dittatori militari e i regimi a partito unico continuano a tenere rigorosamente al proprio servizio i media e non tollerano altra informazione se non quella che essi dettano. Ma per sforzarsi di apparire come Stati di diritto si dotano, uno dopo l'altro, di legislazioni e di codici che danno alla repressione l'alibi della giustizia. Per alcuni è un metodo cinico di rispondere alle timide richieste di democratizzazione avanzate dai paesi e dalle istituzioni che distribuiscono aiuti. Per altri è una concessione alla moda del “politicamente corretto”. Ma raramente si tratta di qualcosa di diverso da un omaggio reso dal vizio alla virtù. Dopo aver fatto un inchino ai diritti dell'uomo e alle libertà individuali, questi testi fraudolenti si appesantiscono soprattutto per le numerose eccezioni. E per i giornalisti il risultato resta lo stesso. Ed è così che da molti anni i delitti di oltraggio al capo dello Stato, ai suoi ministri e agli alti funzionari, i delitti di attentato o di minaccia all'ordine pubblico e alla morale, di divulgazione di notizie false e altre infrazioni soggettive sono pignolescamente codificate e sanzionate in maniera legale con pesanti pene detentive.
In altri tempi il presidente Idi Amin Dada e “l’mperatore” Bokassa infliggevano essi stessi la punizione - con la frusta di solito - ai giornalisti che avevano loro mancato di rispetto. Oggi il totale arbitrio in molti paesi si chiama "normative sulla libertà di stampa". La maggior parte delle condanne inflitte nel 2004 (come anche negli anni precedenti) a giornalisti o alle loro testate, sono basate su queste improbabili leggi che non hanno mai avuto altro scopo se non quello di proteggere il potere in carica.
E´ deplorevole, a questo proposito, che governi che forniscono aiuti e dirigenti di istituzioni internazionali si accontentino tanto facilmente di apparenze di legalità e di promesse mai mantenute. È ipocrita non volere rendersi conto che leggi abusivamente repressive, come quelle ad esempio che prevedono la carcerazione per "pubblicazione di notizie inesatte", possono essere peggiori dell'arbitrio.

La repressione privatizzata

La privatizzazione della repressione è l'altra grande tendenza in materia di ostacoli alla libertà di stampa. In un numero crescente di paesi tutti i poteri, legittimi o illegittimi, praticano ormai una propria personale repressione dei media che sfuggono al loro controllo, ricorrendo anche alle peggiori violenze. Per difendere i propri vantaggi e perpetuare i propri abusi ciascuno di questi poteri pretende di dettare la sua legge alla stampa. Partiti politici, grandi imprese, organizzazioni mafiose, integralisti religiosi, hanno spesso un solo pensiero: zittire i giornalisti scomodi. Tanto più che non sembra mai troppo pericoloso farli tacere visto che l'aspetto peggiore della violenza contro i media è l'impunità quasi assoluta di cui godono troppo spesso gli aggressori. La scarsa premura di molti governi nel perseguire gli aggressori di giornalisti non può che incoraggiare costoro a ricominciare. A metà luglio 2005 sono già 41 i giornalisti uccisi nel mondo. Nel 2004 sono stati 89. Nel 2003 furono 64. Negli ultimi tredici anni sono più di 1400 i giornalisti e operatori dei media uccisi, di cui quasi 500 in zone di guerra e raramente questi assassinii sono diventati fonte di protesta e di pressione affinché fosse fatta, o almeno richiesta, giustizia.
Ma la caccia ai giornalisti ha molte facce, e solo in piccola parte, per fortuna, si conclude tragicamente.
La routine quotidiana è invece pratica poco appariscente ma molto pesante, e l´obiettivo, sempre lo stesso, viene perseguito allo stesso modo in tutte le regioni del pianeta: spingere i giornalisti scomodi - e più in generale tutto il giornalismo - nelle braccia rassicuranti dell´autocensura.   


La situazione della libertà di stampa in un rapporto internazionale

Ma qual è oggi il paese al mondo dove è più pericoloso lavorare come giornalisti? La risposta è terribilmente intuitiva. Non ci si può sbagliare: in Iraq i reporter morti si contano a decine. Nel solo 2004 a Bagdad e dintorni hanno perso la vita più di trenta inviati, conduttori, telecineoperatori. Fra loro anche l’italiano Enzo Baldoni rapito e assassinato nella seconda metà di agosto.
Ma è una contabilità imprecisa. Non vanno dimenticate altre decine di vittime. Si tratta di quelli che gli americani chiamano “media workers”: collaboratori, interpreti, autisti. Per il Committee to Protect Jornalists di New York (CPJ), la più importante associazione al mondo a difesa della  libertà di stampa, c’è un’unica conclusione da trarre. La guerra in corso in Iraq si conferma «come una delle più drammatiche nella storia recente dei media». Con due novità non da poco: la considerazione che il nostro non sia più il tempo del giornalista testimone rispettato dalle parti in conflitto, e l’uso spregiudicato tra chi combatte della comunicazione come arma.
A marzo 2005 il quotidiano “Boston Globe” ha raccontato, a mo’ di esempio, come  il programma di maggior successo della odierna tv di stato irachena sia quello che mostra le confessioni di ribelli catturati. Tutti i prigionieri dicono di aver agito per denaro e frequentemente ammettono di essere omosessuali o pedofili. Per il giornale americano la trasmissione ricorda i tempi di Saddam: i volti tumefatti e i corpi ingobbiti dai colpi di questi “pentiti” parlano da soli sui metodi adottati per “farli cantare”. 
E’ un risvolto della guerra della propaganda di cui è arrivata eco anche da noi (a parti ribaltate) con i video girati “sulla pelle” di ostaggi  disperati e inermi. 
Ma conviene rassegnarsi all’inevitabile? Legare tutto alla guerra? Lo stesso rapporto del CPJ suggerisce una risposta di segno opposto. Nel mondo il 2004 ha visto la morte di troppi giornalisti. La Russia e le repubbliche ex sovietiche sono particolarmente a rischio: quando un cronista dà fastidio c’è chi provvede a eliminarlo. In altri paesi i metodi sono meno sbrigativi. Si  ricorre  alle manette.
Un esempio su tutti viene dalla Cina con 42 giornalisti finiti dietro alle sbarre.  Ecco perché commetteremmo un errore se pensassimo  che l’eliminazione fisica del giornalista sia un accidente soltanto legato ai conflitti. E’, invece, pratica sempre più diffusa. La riduzione dell’informazione a comunicazione e propaganda lede alla radice i diritti civili di chi lavora nei giornali e nelle televisioni. E questo non accade soltanto nei paesi retti da regimi dittatoriali o autoritari. Il CPJ quest’anno ha inserito nell’elenco delle nazioni da censurare anche gli Stati Uniti. Il caso citato è quello di Jim Taricani della “WJAR-TV” di Providence (Rhode Island). E’ stato condannato a sei mesi di arresti domiciliari per non aver voluto rivelare il nome di una sua fonte riservata. Non può lavorare, né parlare con la stampa, né usare internet. 
Una vicenda verificatasi in un paese dove la Costituzione  garantisce, con il suo primo emendamento, la libertà di stampa. Eppure anche lì si ricorre sempre più spesso alle manette: almeno altri sei cronisti erano stati arrestati a fine agosto 2004 perché disturbavano la Convention Repubblicana.  Leggere con attenzione il rapporto del CPJ ( Attacks on the Press in 2004; http//www.cpj.org) è insomma  molto istruttivo. La campana dell’intolleranza può suonare per tutti. 
   
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