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Il caso Italia
«L’adozione generalizzata di nuove leggi sui
mezzi d’informazione e sulla comunicazione da parte dei paesi europei potrà in
futuro mettere in pericolo il pluralismo in una delle regioni al mondo in cui i
mezzi d’informazione hanno il più alto valore economico. Questo sviluppo legale
e pericoloso rinforza la concentrazione dei mezzi di comunicazione nelle mani di
pochi e danneggia il pluralismo in tutta l’Europa. Quando leggi fatte su misura
permettono a grandi imperi industriali di usare la politica per ampliare i
propri interessi commerciali, allora diventa una grave minaccia alla democrazia.
Simili tendenze esistono in molti paesi europei. La minaccia alla diversità e
alla pluralità dei nostri mezzi d’informazione non sono mai state così grandi
come lo sono adesso, ed è ormai tempo di reagire» ha ribadito non più di alcuni
mesi fa Gustl Glattfelder, portavoce dell’European Federation of Journalists
(EFJ). Quasi un grido disperato, quanto inascoltato, che segue decine di
raccomandazioni che il sindacato europeo dei giornalisti ha indirizzato al
Consiglio Europeo e che descrive una regione, l’Europa, tutt’altro che serena e
immersa fino al collo in un mutamento climatico degli equilibri del controllo
sui media.
Concentrazioni europee sono presenti infatti in Germania con i gruppi
Bertelsmann e Hirch, nel Regno Unito con il colosso Murdoch, in Francia con
Vivendi, ma, caso unico al mondo, il premier italiano Silvio Berlusconi riunisce
in sé impero mediatico e potere politico.
Il conflitto fra gli interessi privati di Silvio
Berlusconi e le sue altissime funzioni di governo pone problemi evidenti nel
campo dei media europei.
Fin dal 1994, quando Silvio Berlusconi arriva per la prima volta al governo, la
risoluzione del suo conflitto di interessi si delinea immediatamente come una
questione democratica di grande importanza per il paese. Undici anni dopo questa
“anomalia italiana” è fonte di preoccupazione per la comunità internazionale.
Freimut Duve, il Rappresentante per la libertà dei media dell’Organizzazione per
la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha più volte denunciato la
concentrazione di mezzi di comunicazione di massa nelle mani del presidente del
Consiglio. Secondo l’OSCE la situazione italiana è allo stesso tempo una «sfida
per l’architettura costituzionale dell’Europa» e un cattivo esempio per le
democrazie in via di transizione. L’Assemblea parlamentare del Consiglio
d’Europa considera anche che «il conflitto d’interessi fra le funzioni politiche
di Berlusconi e i suoi interessi privati sull’economia e nei mezzi di
comunicazione sono una potenziale minaccia per la libertà di espressione»
(Rapporto sulla libertà di espressione nei mezzi di comunicazione in Europa, 14
gennaio 2003).
In ultimo la Classifica mondiale per la libertà di stampa 2004 di Reporters sans
frontières assegna all’Italia la 39° posizione tra i 167 Paesi presi in esame,
principalmente a causa del conflitto d’interessi di Berlusconi. Va ricordato, a
questo proposito, che la classifica va letta alla rovescia. Al primo posto vi
sono i paesi meno repressivi.
La missione in Italia dell'european federation of journalists
Tante sono state le proteste, tanti i richiami
alle organizzazioni europee che denunciavano la situazione italiana, che l’EFJ
nel novembre del 2003, ha effettuato una missione in Italia per esaminare da
vicino la situazione dei media. Una delegazione di otto membri ha colloquiato
con i principali attori del settore delle radiocomunicazioni e poi ha redatto un
documento praticamente conclusivo, che fotografa puntualmente la situazione
italiana dei media.
Una relazione che già dal titolo (Crisi nei mezzi di comunicazione in Italia:
come le politiche inadeguate e le legislazioni imperfette hanno posto sotto
pressione il giornalismo, 2004) fa trasparire seria preoccupazione.
Le origini della missione che si è recata in
Italia risiedevano in una risoluzione adottata dall’EFJ nel corso della propria
riunione annuale del 2003 a Praga. I giornalisti avevano sollecitato un’azione
per il timore che la situazione in Italia rappresentasse una vera minaccia al
diritto all’informazione indipendente e imparziale. Simili preoccupazioni
avevano già portato il Parlamento europeo ad aprire, nel mese di ottobre 2003,
un’inchiesta sulla libertà dei mezzi di comunicazione all’interno dell’Unione
Europea a seguito di un intervento da parte del Comitato parlamentare per le
libertà e i diritti dei cittadini che richiedeva una relazione specifica sulla
situazione della proprietà e dell’indipendenza dei mezzi di comunicazione in
Italia.
La crisi dei mezzi di comunicazione in Italia non è un grave problema solo
italiano ma anche europeo. Esso ricopre tre sfere importanti: la relazione tra
i giornalisti e i governi; l’indipendenza editoriale dei giornalisti; il
concetto di interesse pubblico nelle trasmissioni e nel giornalismo.
Quelle che sono questioni di centrale importanza per ogni democrazia, in Europa
rivestono un significato particolare alla luce dell’ingresso delle “nuove
democrazie” all’interno dell’Unione Europea, uno sviluppo che dovrebbe segnare
la fine della transizione dalle precedenti forme di governo corporative e
centralizzate, e la ricerca di un contesto democratico di politica pluralista
basata sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ivi incluse
la libertà di espressione e la libertà di stampa.
Fuori dall’Italia la crisi del sistema delle comunicazioni viene identificata
quasi universalmente nei termini del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi.
Tuttavia questa analisi superficiale non spiega adeguatamente e in profondità il
contesto della situazione italiana nel settore delle comunicazioni che è stata
difficile e complessa per molti anni.
Le varie amministrazioni politiche degli ultimi venti anni non sono riuscite a
portare avanti delle riforme che assicurassero un contesto di indipendenza del
sistema delle comunicazioni che proteggesse i valori del giornalismo e
dell’accesso all’informazione come pietre miliari della democrazia.
Il sistema delle comunicazioni non è in grado in nessun paese di svolgere un
ruolo democratico a meno che non vi sia un consenso all’interno della comunità
politica di qualsivoglia ideologia verso un impegno al pluralismo e alla libertà
di stampa. Questo richiede la capacità di garantire con prontezza un contesto
legale e politico che assicuri l’indipendenza editoriale a livello sia pubblico
che privato.
Un aspetto fondamentale per creare un sistema valido in cui i media possano
operare liberamente risiede nel livello di cooperazione tra il governo e i
professionisti delle comunicazioni su come regolamentare al meglio le questioni
attinenti al giornalismo e alle comunicazioni.
La missione dell’EFJ ha incontrato i personaggi
leader in ogni settore delle comunicazioni che hanno reso possibile una
comprensione più chiara della situazione legislativa e istituzionale, delle
condizioni economiche, e che hanno dato l’opportunità di valutare la qualità
dell’indipendenza dei giornalisti. Tuttavia, nonostante ogni tentativo, alla
missione è stato negato un incontro con il ministro delle Comunicazioni
Maurizio Gasparri o con qualcuno del suo staff. Nelle più alte sfere è stata
rifiutata un’opportunità di dialogo persino a seguito di lunghe consultazioni
con lo staff dell’ufficio del Primo Ministro.
Il rapporto ONU
Se questo non bastasse a chiarire le
preoccupazioni europee nei confronti della concentrazione dei media in Italia,
il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto (18 pagine)
dell'esperto dell'ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo. Per
Ligabo la «questione
del conflitto di interessi in Italia, e in particolare per quanto concerne il
presidente del Consiglio, deve ancora essere affrontata dal governo in modo
adeguato».
Nelle raccomandazioni finali del rapporto redatto dopo una missione in Italia
avvenuta dal 20 al 29 ottobre 2004, nell’ìntento di
«raccogliere
informazioni di prima mano su tematiche quali la concentrazione dei media, il
diritto d'informazione e la nuova giurisprudenza sulla diffamazione»,
il relatore dell'ONU esorta il governo italiano a
«rivedere
la propria legislazione in modo da garantire la partecipazione di diversi attori
nel settore televisivo».
Dovrà essere in particolare chiarita la legge Gasparri per precisare
«il
mercato interessato dalla legge e per consentire un vero controllo antitrust».
Piuttosto severo
il giudizio di Ligabo sulla situazione dei giornalisti in Italia. Pur scrivendo
che la
«stampa
scritta è molto libera e fornisce una visione equilibrata della società italiana
in tutta la sua diversita»,
l'esperto critica il sistema per l'allocazione delle sovvenzioni e dedica un
intero capitolo al
«deterioramento
della situazione dei professionisti dei media»,
in particolare nel settore audiovisivo.
Ligabo riferisce infatti dei casi relativi a Michele Santoro, Enzo Biagi e
Daniele Luttazzi, Lilly Gruber e del programma satirico "RaiOt" di Sabina
Guzzanti. Quindi, ricordando che libertà giornalistica e democrazia sono
indissociabili, il relatore esorta il governo ad agire
«per
prevenire licenziamenti o la messa in disparte»
di giornalisti che esprimono
opinioni critiche. Per quanto riguarda i casi del passato, Ligabo chiede al
governo di
«adottare
le misure adeguate»
affinché le persone interessate
«siano
nuovamente assunte o reintegrate».
Il relatore teme che la concentrazione dei
media privati
nelle mani del presidente del Consiglio, sommata alla sua influenza nel
settore dei media pubblici,
«favorisca
un clima di intimidazione nel quale gli amministratori pubblici potrebbero
esercitare la censura e quindi limitare seriamente la libertà di espressione e
di opinione in Italia.
Tale clima
potrebbe inoltre favorire un fenomeno di
autocensura».
L'Italia ha bisogno di un clima di
«professionismo
e indipendenza
nel quale gli operatori dell'informazione possano lavorare senza
l'indebita influenza dello Stato. Il Paese ha
una forte tradizione
di libertà di opinione ed espressione. Tuttavia, il governo italiano deve
rivedere alcuni aspetti della sua politica».
Il documento sarà presentato alla Commissione dell'ONU per i diritti umani
riunita in sessione annuale a Ginevra.
Il mandato sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione
ed espressione é stato creato dalla Commissione dell'ONU sui diritti umani nel
1993.
La
legge controversa
Sulla Legge n 112 del 3 maggio
2004 (Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e
della RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a., nonché delega al Governo per
l'emanazione del testo unico della radiotelevisione), nota più comunemente come
Legge Gasparri si è scritto di tutto e di più.
Brutta, bruttissima, anticostituzionale, per la Federazione nazionale della
stampa (FNSI), il Sindacato unico dei giornalisti italiani, «la legge Gasparri
ha rappresentato una delle pagine nere nella storia della comunicazione e della
democrazia. La maggioranza non ha ascoltato in alcun modo la protesta che dalla
società italiana si è più volte levata, con una forza crescente, contro una
legge che favorisce gli interessi del presidente del Consiglio, riduce il
pluralismo dell’informazione, limita la libera formazione delle coscienze,
attacca il ruolo e la stessa ragione di essere del servizio pubblico
radiotelevisivo, mina la solidità finanziaria di larga parte della carta
stampata. ».
Ma, e questo è un aspetto mai troppo indagato nelle polemiche che l’hanno sempre
preceduta, accompagnata e seguita, la legge Gasparri si pone anche in aperto
contrasto con le direttive comunitarie di recente emanate in materia di
telecomunicazioni (2002\19\CE; 2002\20\CE; 2002\21\CE; 2002\22\CE). Tali
direttive impongono l’adozione, anche nel settore televisivo, di rigorosi
criteri di assegnazione e uso delle frequenze, prevedendo in particolare che la
relativa allocazione sia fondata su criteri obiettivi, trasparenti, non
discriminatori e proporzionati. La legge in esame si pone in diretto contrasto
con le direttive europee sopra menzionate, che tra l’altro prevedevano il
termine del 31 luglio 2003 per il loro recepimento all’interno degli ordinamenti
degli Stati membri.
Di conseguenza, una strada per rimediare alle distorsioni introdotte dalla legge
Gasparri potrebbe consistere nel presentare in sede europea un esposto contro la
violazione, da parte dello Stato italiano, degli obblighi derivanti
dall’appartenenza all’Unione europea, finalizzato all’avvio di un procedimento
di infrazione.
Infine, non potrebbe essere più evidente la natura anticoncorrenziale della
legge in esame, posto che essa sancisce e rafforza la situazione di abnorme
concentrazione esistente, in Italia, nel mercato dei mezzi di informazione
nonché nel mercato pubblicitario, che del primo costituisce la base e l’alimento
essenziale. Come ha rilevato un autorevole commentatore, la recente
giurisprudenza della Corte di Giustizia afferma la prevalenza dei principi in
materia di concorrenza vigenti a livello comunitario rispetto a normative
nazionali che assecondino e legittimino assetti anticoncorrenziali dei mercati.
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