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Salvezza, sicurezza e il ruolo della legge

   

 
Nuove proposte per proteggere i giornalisti

Se ci sarà mai conclusione da fare dopo il caos, la confusione e lo spargimento di sangue della guerra in Iraq, la conclusione sarà che ci devono essere delle revisioni delle leggi internazionali per provare a migliorare il livello di protezione dei giornalisti e degli operatori dei media. Questa guerra è stato il conflitto più televisivo della storia, ma la protezione per i giornalisti e gli operatori dei media è stata decisamente inadeguata. Il bisogno di rafforzare le leggi internazionali sui diritti dei giornalisti è largamente riconosciuto, ma non sarà facile. Esistono sì diritti, definiti dalla Convenzione di Ginevra, ma sono limitati e vanno resi più espliciti. E inoltre c’è la seria preoccupazione che aprire la discussione non porterà necessariamente a un cambiamento in meglio. Troppi sono gli interessi che entrano in gioco nella guerra, e da molte parti si teme che le regole esistenti potrebbero essere cambiate in peggio e non in meglio.
La guerra in Iraq ha rivelato che, come lavoratori umanitari, i giornalisti e gli operatori dei media sono civili che lavorano in tempo di guerra, e la loro sicurezza e protezione richiedono maggiore attenzione.
I livelli di uccisione di giornalisti nella guerra in Iraq sono stati senza precedenti. In Vietnam tra il 1954 e il 1975, 63 giornalisti furono uccisi. Nel conflitto in Iraq più di 70 giornalisti e operatori dei media sono morti in due anni. La percentuale è stata maggiore di ogni altro conflitto, e in proporzione al numero dei presenti, più alta dei soldati della coalizione.
Il pericolo di quello che è grottescamente definito “fuoco amico” è stata una delle maggiori cause di queste morti, ma molti degli incidenti si potevano evitare.
Ciò che è diventato inevitabile è la realtà del ruolo dei media nelle guerre moderne. Molti dei giornalisti coinvolti si sono mostrati altamente impreparati a ciò che dovevano affrontare: terreni difficili e pericolosi, movimenti repentini e improvvisi, e – se lavorano fuori dall’orbita del giornalismo embedded – ostilità da parte dell’esercito.
Nonostante ciò, la pressione da parte dei direttori in un business altamente competitivo per accaparrarsi immagini immediate e storie dal fronte è stata ed è altissima. In un modo o nell’altro i giornalisti continueranno a seguire le guerre in futuro. La questione è come proteggerli e come minimizzare i rischi che affrontano.
Secondo le leggi esistenti, quelle stabilite nella Convenzione di Ginevra, i giornalisti non sono un obiettivo legittimato durante i conflitti. Se sono uccisi o feriti mentre si trovano in un obiettivo legittimato (come ad esempio se viaggiano con le forze armate di uno o dell’altro schieramento) si considerano come danni collaterali.
La definizione di obiettivo legittimato è centrale nelle leggi sui conflitti armati. Il I° Protocollo Addizionale, articolo 52, definisce obiettivo militare quello: “La cui natura, locazione, affinità o utilizzo serve per dare un effettivo contributo all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, cattura o neutralizzazione, nelle circostanze vigenti, offre un sicuro vantaggio militare.”
Ogni attacco deve essere giustificato, in primo luogo, dalla “necessità militare”. In ogni caso, nessun obiettivo deve essere attaccato se danneggia la popolazione civile o obiettivi civili che risultano eccessivi in paragone a quel vantaggio.
Le domande principali sorgono in relazione agli attacchi all’Hotel Palestine e agli uffici di Al Jazeera l’8 aprile 2003, dove ci sono scarsissime prove verificabili che la necessità militare fosse sufficiente a giustificare l’attacco. Inoltre la legge dice che se ci sono dubbi che un obiettivo civile stia contribuendo all’azione militare, è da considerarsi comunque civile.
Anche gli attacchi alla radio centrale e alla stazione televisiva irachena sono discutibili. Nonostante la lista degli obiettivi includa stazioni di trasmissione usati per scopi militari, non è permesso bombardare studi per il contenuto delle trasmissioni.
Proprio quello che accadde il 25 marzo 2003 quando gli americani lanciarono un assalto missilistico contro la stazione radio televisiva statale irachena. L’IFJ condannò immediatamente l’attacco e insistette perché si aprisse un indagine delle Nazioni Unite su un attacco che appariva come «un atto di violenta censura che viola la Convenzione di Ginevra. Prendere di mira i giornalisti non farà vincere la guerra; minaccerà solo le vite dei reporter e causerà molte falsità, speculazione e ignoranza su quanto sta accadendo».
L’attacco ricordava fin troppo da vicino quello messo a segno della Nato alla Radio Televisione Serba e in cui rimasero uccisi 16 operatori dei media.
«Ancora una volta, vediamo comandanti politici e militari del mondo democratico prendere di mira i network televisivi statali semplicemente perché non apprezzano i messaggi che mandano in onda» scrisse l’IFJ in quel messaggio che molti media interpretarono come un semplice e “doveroso” epitaffio ad una televisione “di regime”.
Ma le affermazioni del portavoce americano secondo cui la stazione televisiva era un
«punto chiave del comando di Saddam Hussein» furono smentite dall’IFJ, che trovò come principale motivazione dell’attacco la «rabbia e la frustrazione dei leader politici americani di fronte alle immagini dei prigionieri americani trasmesse in televisione e l’uso del mezzo televisivo per sollevare il morale dei sostenitori di Hussein».
Una delle più pretestuose affermazioni confutate fu poi quella secondo la quale il regime iracheno stava usando la televisione per mandare messaggi in codice al suo esercito.
«L’idea che i soldati iracheni stiano seduti nel deserto a guardare la televisione per ricevere ordini è assurda» scrisse, con più di qualche ragione, l’IFJ. Ma intanto, l’idea di smantellare a suon di missili la televisione pubblica del paese attaccato era stata di nuovo messa in pratica.
L’attacco alla televisione di stato, oltre che proditorio e ingiustificabile, fu l’atto che modificò nella sostanza il rapporto tra militari di entrambi i fronti e i giornalisti che si aggiravano nelle zone in cui avvennero i pochi scontri di quello strano inizio di guerra. L’attacco alla televisione di stato rappresentò la soglia oltrepassata la quale i giornalisti risultarono improvvisamente invisi dai soldati.
Qualcuno degli inviati ebbe a dire in seguito:
«Fu come se i dadi fossero stati rilanciati, ma non prima di aver modificato tutte le regole. Diventammo i principali nemici di tutti. Diventammo un obiettivo, forse l’unico preciso per tutti i contendenti».
Uno dei più grandi problemi nella differenziazione fra ciò che è legale e ciò che costituisce un crimine di guerra riguarda obiettivi civili che possono essere usati dai militari. La maggior parte degli edifici usati dai civili in tempo di pace sono protetti dalla legge internazionale.
L’articolo 52 del I° Protocollo Addizionale dice che “In caso di dubbi sul fatto che un obiettivo normalmente dedicato a attività civili, come un luogo di culto, un’abitazione, o una scuola, sia usato o meno per dare un effettivo contributo alle azioni militari, si deve presumere che non sia usato.”
L’esistente Convenzione di Ginevra del 1949 e il Protocollo Addizionale del 1977 (che proteggono i non combattenti, inclusi i giornalisti, e proibiscono le pratiche come gli attacchi indiscriminati) sono convenzioni che obbligano gli Stati a cercare e punire coloro che nel loro territorio sono sospettati di aver commesso crimini, indipendentemente dalla nazionalità dei sospetti o delle vittime o del luogo in cui la presunta azione illegale è stata commessa.
Comunque, non tutti i paesi hanno firmato queste convenzioni. Gli USA, per esempio, non hanno firmato il Protocollo Addizionale del 1977. E ora si capisce anche il perché. 

Sicurezza: una missione primaria

È stato impossibile accertare con precisione il numero di giornalisti che hanno seguito il conflitto in Iraq e che erano adeguatamente preparati.
In Kuwait, all’inizio del conflitto vi erano 2047 giornalisti e operatori accreditati, 529 dei quali erano embedded. “Crediamo che vi fossero molti più operatori dei media presenti in zona. La realtà è che tutti erano in grande pericolo e che i loro datori di lavoro non avevano alcuna cautela nell’usare i loro dipendenti” scrisse in seguito l’IFJ, denunciando la situazione che si era venuta a creare.
Nonostante le organizzazioni mediatiche maggiori – Reuters, BBC, CNN, ecc..- abbiano investito seriamente nel lavoro di preparazione per assicurare al loro staff di essere preparati nelle situazioni di potenziale pericolo, molte altre organizzazioni dei media sono state negligenti e hanno fatto poco e niente per proteggere io propri dipendenti.
È scandaloso che, anche con la memoria delle morti avvenute nella guerra in Afghanistan ancora viva, alcune organizzazioni dei media – network pubblici nazionali e molti dei principali quotidiani – abbiano mandato i loro giornalisti e operatori in guerra senza un’adeguata preparazione e un adeguato equipaggiamento.Il gruppo più vulnerabile era quello dei reporter freelance e degli operatori delle telecamere, molti dei quali hanno dovuto affrontare i costi di preparazione da soli. Molti giornalisti erano così impreparati che si sono affidati solo ai consigli dei colleghi più esperti di giornalismo di guerra. 

La presa di mira e la messa in pericolo dei giornalisti deve essere dichiarata illegale

Questa dunque la situazione: le leggi internazionali in vigore non specificano che sia fuorilegge prendere di mira i giornalisti e non obbligano gli Stati a provvedere a un’adeguata protezione per i giornalisti; allo stesso tempo le redazioni hanno bisogno sempre più di scoop, di foto ravvicinate, di condivisione (in diretta preferibilmente) di pericoli. Per fortuna oggi si sta sviluppando, seppur lentamente, una campagna all’interno del mondo giornalistico per far sì che ciò cambi. Questi problemi sono stati sollevati dalle maggiori organizzazioni mediatiche, dai gruppi di giornalisti e dagli esperti legali all’inaugurazione dell’International News Safety Institute (INSI), una istituzione fortemente voluta dall’IFJ, inaugurata solo cinque mesi prima della seconda guerra in Iraq, e che fin dalla sua costituzione ha evidenziato diversi possibili cambiamenti nelle leggi che potrebbero diminuire le difficoltà incontrate dai giornalisti e dagli operatori dei media.
Tra le opzioni ce ne sono tre che, da una prospettiva giornalistica, aumenterebbero il rispetto per l’indipendenza dei media in periodi di guerra, e potrebbero portare a indagini estese e trasparenti nel caso di uccisioni o violenze contro giornalisti.
Queste sono:
- Stabilire una struttura internazionale per le indagini indipendenti in caso di uccisione di giornalisti o operatori dei media. Questo deve avere la capacità di rinvenire testimoni o di ottenere informazioni da tutte le fonti rilevanti.
- Rendere la presa di mira di giornalisti o operatori dei media un crimine punibile sotto la legge internazionale.
- Rendere il mancato provvedimento a un’adeguata protezione ai giornalisti o le azioni in qualche modo pericolose per le vite degli stessi, un crimine punibile sotto la legge internazionale.
Questa coalizione di media, di gruppi di giornalisti, di attivisti per la libertà di stampa e di esperti di sicurezza, dedicata al diritto dei giornalisti e degli operatori dei media di lavorare liberi da persecuzioni, aggressioni fisiche e altri pericoli, è arrivata troppo tardi per dare alcuna assistenza ai giornalisti impegnati in Iraq, ma ha permesso di far scoprire ai molti quanto importante sia l’argomento della sicurezza per il futuro del giornalismo.
L’INSI riconosce che ci sono alcune condizioni in cui i giornalisti e gli operatori dei media non saranno mai completamente sicuri. Ma gli incidenti futuri possono essere limitati eliminando i rischi non necessari. L’INSI conta sulle risorse dei suoi membri, sul giudizio e sull’esperienza dei corrispondenti veterani, e sull’aiuto dei leader mondiali nella ricerca di una maggiore sicurezza per i giornalisti.
Il punto di partenza è l’International Safety Code, un documento che è stato redatto da una rosa di esperti nel campo dei media. Il codice, insieme al Code of Practice for the Safe Conduct of Journalism dell’IFJ già esistente, pone gli standard internazionali per governi, media e persone che lavorano in questo campo.  

L’INSI sta lanciando una campagna globale per la sicurezza nel mondo del giornalismo, in particolare nelle regioni dove ci sono maggiori ostilità

Ma porre gli standard non è abbastanza. L’argomento della sicurezza nel giornalismo deve combattere per superare il cinismo, la compiacenza e la politica di tagli dei costi dei media.
I sindacati dei giornalisti e degli operatori dei media dovranno giocare un ruolo importante nell’affrontare la negligenza nei riguardi degli argomenti di sicurezza che ancora circonda il giornalismo. La sicurezza è un argomento che dovrebbe essere parte integrante della struttura di lavoro collettiva.
La sua importanza è stata sottolineata a luglio 2004 a Lima, in Perù, quando i leader dei giornalisti di 12 paesi latino americani  hanno stabilito un accordo su un «modello collettivo di lavoro e di impegno includendo la sicurezza come elemento chiave. In paesi come l’America Latina, dove molti operatori dei media sono i primi a lamentarsi della pressione esercitata dai governi contro la libertà di stampa, c’è ancora molto bisogno di ridurre i rischi affrontati dai giornalisti che diventano sempre più consapevoli dei loro diritti».

Istituire a Firenze un Tribunale internazionale contro i crimini verso i giornalisti

Né nella Costituzione europea appena approvata nè in alcun provvedimento legislativo importante delle democrazie contemporanee si trovano riferimenti espliciti alla libertà di informazione, così come a tutt’oggi non esistono leggi, provvedimenti e norme concrete a tutela del lavoro dei giornalisti. E' invece vero, al contrario, che in molti paesi occidentali sono allo studio provvedimenti legislativi per limitare l'autonomia dei giornalisti, in particolare attraverso l'abolizione del segreto professionale sulla riservatezza delle fonti. Solo una recente legge belga riconosce questo diritto fondamentale per poter garantire alla stampa quel ruolo di “cane da guardia dell'opinione pubblica”(espressione americana, firmata Walter Cronkite).
Scrive la professoressa canadese Therese Paquet-Sevigny in un recente rapporto dell'Unesco sulla libertà di informazione: «Viviamo in un'epoca di grande ironia. Il giornalismo e le industrie culturali divengono allo stesso tempo oggetto di aggressione per alcuni e soggetto di storia per altri». Nel nuovo millennio dove il tema è l'espansione della democrazia a tutto il pianeta, finita l'era dei due blocchi divisi dal muro, l'informazione è allo stesso tempo uno dei più grandi businnes globali, uno dei maggiori poteri in campo e lo strumento principe della
«crociata occidentale per la globalizzazione democratica». Dentro questa nuova centrifuga i giornalisti sono stretti contemporaneamente dalla tecnologia, dal potere economico e dal potere politico.
Il caso della BBC, la madre di tutte le televisioni pubbliche del mondo, è in questo senso emblematico della contraddizione. La BBC è uno dei network più potenti del mondo sul fronte dell'informazione. E' anche un marchio che identifica il modello più autorevole di giornalismo indipendente.
Ma quando alle sette di mattina del luglio del 2003 il giornalista Andrew Gilligan legge con la sua voce stentorea un commentino di un minuto nel Today Program di Radio Four, la BBC diventa un obiettivo della Guerra Preventiva.
Cosa dice Gilligan? Afferma, nel più autorevole e indipendente programma radio inglese, che il governo laburista di Tony Blair ha reso «più sexi» i rapporti dei servizi segreti sulle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein. Gilligan conclude che l'informazione viene da uno degli esperti che hanno lavorato in Iraq per conto del governo.
Il seguito è noto perché immediatamente diventa tragedia: il governo fa uscire il nome dell'ingegnere David Kelly (consulente del ministero della Difesa per le armi di distruzione di massa) che poco dopo viene trovato suicida. La BBC finisce sotto accusa, si dimettono i vertici, Lord Hutton, a conclusione di un'inchiesta parlamentare condanna la tv pubblica.
Scrive il professor Mario Morcellini, esperto di giornalismo: «Le dimissioni del presidente della BBC concludono embleticamente una vicenda capace di fotografare con precisione il conflitto, ormai strutturale, fra politica e giornalismo»
L’editorialista Jackie Ashley che in quei giorni partecipa al dibattito sul caso Kelly dalle pagine di “The Guardian”, affonda di più nel merito della questione: «La colpa principale della BBC non è stata quella di assumere una posizione pacifista, ma quella di andare a mettere il dito nella piaga, cioè nelle prove che il governo ha fornito per legittimare la guerra in Iraq».
Ma Ashley va ancora più a fondo: «si è trattato di buon giornalismo» commenta, paragonandolo alla propaganda messa in campo dai giornali e dalle TV del magnate australiano Rupert Murdoch, corteggiate da tempo da Tony Blair.
La conclusione è inquietante quanto lucida: «Murdoch ha bisogno di potere, Blair ha bisogno di sostegno da parte dei media e la BBC ha bisogno di tutti i suoi amici».
Esiste dunque uno stretto rapporto tra il potere politico e questo nuovo potere mediatico globalizzante di cui si parla sempre quando si disegna il sistema informativo delle TV e dei satelliti.
I giornalisti, dunque, in quanto garanti dell’opinione pubblica e quindi dei cittadini-clienti del sistema politico e mediatico, sono schiacciati. La regola del «con noi o contro di noi» che proprio in questa ultima guerra preventiva ha debuttato come leitmotiv del rapporto con i media, è stata praticata congiuntamente da governanti ed editori.
I giornalisti si trovano quindi in prima linea non solo quando scendono sul campo di battaglia della guerra guerreggiata, ma anche quando tentano (e sia chiaro che non tutti e non sempre lo fanno) di raccontare la verità anche nella routine quotidiana delle nostre ricche e protette città del benessere. Tanto vero questo assunto che in una risoluzione approvata recentemente dal Parlamento Europeo, al punto 16, si legge quanto segue: «Il Parlamento Europeo ritiene che il pluralismo UE sia minacciato dal controllo esercitato sui media da parte di organismi o da responsabili politici o da certe organizzazioni commerciali e che, come principio generale,  i governi non dovrebbero abusare della loro  posizione influenzando i media e inoltre andrebbero previste salvaguardie ancora più rigorose laddove un membro del governo abbia interessi specifici nei mezzi di comunicazione».
La difesa della libertà di informazione non è un tema corporativo legato alla tutela di una categoria privilegiata e sempre meno apprezzata dall'opinione pubblica.
La rivendicazione di un'informazione indipendente va prima di tutto rivolta nei confronti proprio dei giornalisti che in questo caso sono chiamati davvero a compiere una scelta di campo senza alternative: o con i potenti o con i cittadini.
Due dei più autorevoli politologi di questa epoca, entrambi americani, richiamano da tempo l'attenzione sulle possibili derive autoritarie della democrazia. Robert A. Dahl ricorda che «il pluralismo è precondizione imprescindibile» per la democrazia e «strumento essenziale per il suo buon funzionamento». Mentre Fareed Zakaria avverte: «Oggi la democrazia è in pieno rigoglio. Il liberalismo no».
E’ arrivato il momento di smettere di essere sordi e di accogliere l’accorato appello che va lanciando da tempo, purtroppo inascoltato, il segretario generale dell’IFJ, Aidan White. Di fronte all'impressionante escalation di incarcerazioni, attentati e omicidi registrati dalle associazioni internazionali che si occupano di libertà di informazione, White chiede organismi e norme internazionali che tutelino i giornalisti.
ISF ha recentemente proposto che venga istituito in Italia, a Firenze, un Tribunale internazionale contro i crimini verso i giornalisti sostenuto da tutte le più rappresentative associazioni che si battono su questo fronte e dotato di un Giurì composto da penalisti di chiara fama che emetta sentenze etiche sui casi di censura o repressione più gravi nei confronti della stampa e della libertà di espressione. Sarà  uno strumento di intervento e pressione per ottenere la nascita di una istituzione vera e propria con poteri sanzionatori. Proporre come sede Firenze non è stato un caso: fu in questa città, infatti, che nel novembre del 1786 furono abolite per la prima volta la pena di morte e tortura dal Granduca Leopoldo. Scriveva alla fine dell’800 il presidente americano Jefferson: «Se mi domandassero di decidere se è meglio avere un governo senza giornali o dei giornali senza un governo, io preferirei senza un attimo di esitazione, la seconda ipotesi».
Oggi, temiamo, nessun capo di stato sottoscriverebbe questo paradosso di un antico padre della democrazia americana. Sarà un po’ per colpa dei media, che certo hanno appannato di molto il loro ruolo di garanti dei cittadini. Ma è anche un segno di un’epoca in cui chi governa preferisce i cani da salotto ai “cani da guardia” della democrazia.

   
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