torna alla home page

  torna all'indice del rapporto
   
 

Europa e informazione

   

 
la Carta di Gubbio

Una proposta della società civile  per la comunicazione e la cultura che riconosca il diritto dei cittadini alla  tutela del pluralismo e della libertà di espressione: questo era l’obiettivo degli Stati Generali della comunicazione e della cultura che si riunirono il 30 gennaio 2004 all’Auditorium del Parco della Musica a Roma. In quella occasione il Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, del quale fanno parte - oltre alla FNSI - altre 60 associazioni, movimenti e sindacati, e che ha condotto una ferma opposizione alla legge Gasparri, lanciò l’iniziativa di un seminario nazionale di approfondimento, di riflessione e di mobilitazione da svolgersi a Gubbio il 21 e 22 maggio 2004. L’esito di tale seminario portò alla redazione di una Carta che ha rappresentato uno dei risultati più alti nella quotidiana “battaglia” contro il monopolio radiotelevisivo e contro un sistema informativo che esclude parte consistente della società italiana. La Carta di Gubbio, non tratta solo del caso Italia, bensì suggerisce alcuni nuovi parametri – di libertà di espressione, di pluralismo, di diritto ad informare e ad essere informati – per la guida e le scelte dell’Unione Europea e degli Stati membri. Il principio che ispira il documento è semplice quanto, oggi, persino radicale nella sua trasparenza: l’Europa dei cittadini non può nascere veramente se non vengono garantiti diritti di comunicazione essenziali alla qualità della democrazia.


I punti principali della Carta: ribadire con forza i diritti


La libertà dell’informazione, la libertà della ricerca, la libertà della comunicazione, la libertà di espressione culturale rappresentano diritti civili insopprimibili per tutti i cittadini dell’Unione europea. Questi diritti non possono conoscere alcuna forma di limitazione, pena la lesione non solo di principi che in ogni costituzione nazionale rappresentano il cuore dello stato di diritto (riconosciuti anche all’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea di Nizza), ma anche della libertà stessa dei mercati e della circolazione dei servizi.
La censura, sotto qualsiasi forma, la riduzione al silenzio delle opinioni indesiderate, i conflitti d’interesse, la concentrazione di media, politica e affari in pochissime mani, rappresentano un grave pericolo per il futuro democratico dei singoli stati e della stessa Unione Europea. 

Separazione del potere economico e mediatico da quello politico, a salvaguardia della democrazia

Conflitto di interessi, incompatibilità: la progressiva sovrapposizione tra potere esecutivo, proprietà dei mezzi di comunicazione e ricchezza economica rischia, se non regolamentata, di alterare il principio di uguaglianza tra i cittadini, lo stesso libero e consapevole esercizio del voto e quindi i cardini della democrazia.
L’Italia è un caso patologico, ma non isolato. Fenomeni simili si stanno registrando altrove, con particolare riferimento ai paesi dell’ex blocco sovietico. L’Europa stessa ha potuto sperimentare, durante il semestre italiano di presidenza, come la condizione anomala di un paese membro possa negativamente ripercuotersi sulla credibilità dell’Unione.
Per questa ragione è quanto mai opportuno che il Parlamento europeo si adoperi, mediante un impegno condiviso con le altre istituzioni e segnatamente con la Commissione europea, per far approvare regole comuni in materia di conflitti d’interesse e di incompatibilità, adottare una legislazione intesa a vietare a personalità politiche o candidati di detenere interessi economici di rilievo nel settore dei mezzi di comunicazione; introdurre strumenti giuridici destinati a evitare qualsiasi conflitto d’interessi ed assicurare che i membri di governo non siano in grado di utilizzare di utilizzare partecipazioni che detengono nei media per fini politici.
Il Parlamento europeo ha più volte richiesto una direttiva sulla proprietà dei mezzi di comunicazione di massa a limitazione del potere degli oligopoli in questo mercato.  Un intervento normativo di questo tipo servirebbe quindi a imprimere alla costituenda Europa politica una caratteristica di “snellezza” e di non confusione tra i poteri, tradizionali e nuovi. Quelli degli audiovisivi e dei media sono settori centrali per la crescita economica ma la concentrazione di proprietà, spesso di natura transnazionale, e le restrizioni all’accesso al mercato limitano il potenziale dell’industria europea e peraltro la tutela del pluralismo dei mezzi di comunicazione è essenziale per lo sviluppo armonioso dei settori audiovisivo e mediatico. A questo dovrebbe essere collegata l’istituzione di una Autorità europea di vigilanza sui mercati delle comunicazioni e dell’audiovisivo, nonché a garanzia dei correlati diritti dei cittadini (diritto all’informazione pluralista, diritto d’accesso) e della diversità culturale. 

Sviluppo del prodotto audiovisivo europeo

L’Europa del futuro avrà bisogno di un mercato libero e aperto, ma anche di una molteplicità di autori e produttori indipendenti capaci di alimentare, con produzioni originali, le diverse autostrade della comunicazione. Le potenzialità stesse delle nuove tecnologie digitali, la maggiore capacità delle reti, rischiano di rimanere inutilizzabili se non sono prodotti nuovi contenuti che alimentino pluralismo e diversità culturale.
Paradossalmente, la società dell’informazione determina una evidente e soffocante omogeneità di contenuti. Parti sempre più ampie della società civile sono emarginate o addirittura oscurate dai media più diffusi. Occorre dunque assumere il tema dello sviluppo della produzione culturale come elemento fondamentale.
In questa direzione è necessario dare maggiore impulso alle politiche comunitarie e nazionali per l’audiovisivo, affinché siano stimolate la produzione di contenuti e la nascita di nuove imprese che non siano solo un satellite dei network dominanti.  

Politiche industriali e lavoro

Il futuro della nuova tecnologia digitale può rappresentare un potenziale settore di sviluppo industriale e tecnologico, sulla base di atti che assecondino e accelerino questo sviluppo, con ricadute positive nei settori degli apparati tecnologici e degli appalti, nella produzione dei contenuti, nella crescita della domanda e di beni e servizi.
In questo ambito l’aspetto delle tutele e dei diritti del lavoro è particolarmente delicato. Infatti la continua espansione di una precarietà strutturale, unitamente alla atipicità e alle estreme flessibilità della prestazione lavorativa, è condizione diffusa tra gli addetti. Per un lavoro dove l’indipendenza politica e culturale è fondamentale, il disagio è particolarmente forte.
Diventa quindi quanto mai importante prevedere ed estendere una rete di tutele e di percorsi di formazione e qualificazione professionale che garantisca tutti i lavoratori, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro che hanno, determinando le condizioni affinché certezza di lavoro e qualità della prestazione vengano estese.  

   
  torna all'indice del rapporto
   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it