La tutela dei reporter di guerra

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Capitolo III
I reporter di guerra

3.1 Premesse storiche e terminologiche 

3.1.1 I reporter nelle guerre
Il reportage di guerra[1] nasce nel 1854. Il primo giornale che decide di sperimentare il giornalismo sul campo di battaglia è il Times. Il corrispondente si chiamava William Howard Russell e andò a svolgere il suo lavoro in Crimea[2]. Fino a quel momento le notizie dal fronte arrivavano grazie alle stesse Autorità militari: erano, però resoconti pieni di falsità, che cercavano di oscurare il volto vero della guerra. Russel, invece, diviene cronista della guerra: descrive corpi straziati dalle granate, urla, il caos della prima linea. Per la prima volta la guerra è raccontata nella sua realtà con nessuna retorica e senza tener nascosta la sofferenza.
Il reporter di guerra entra a far parte dei reparti militari, infatti, dalla Guerra di Crimea diviene prassi universale che i giornalisti, che seguono un determinato esercito, facciano parte di quella unità. Nella Seconda Guerra Mondiale, sia i governi totalitari che quelli democratici, inglobarono i corrispondenti nello sforzo bellico nazionale: i giornalisti indossarono l’uniforme.[3]
 Questa incorporazione del giornalista nell’entourage militare fu un passo molto importante: se i giornalisti erano rapiti dalle forze nemiche dovevano essere trattati come “prigionieri di guerra”.
Questo richiede una forma di tutela a livello internazionale: le Convenzioni di Ginevra arriveranno solo nel 1949, ma i presupposti già c’erano. Le Convenzioni stabiliscono che i corrispondenti di guerra devono essere equiparati ai “membri civili” e a tutti i “partecipanti effettivi, seppure senza divisa, dell’impresa militare”[4].  Altre norme a tutela dei giornalisti[5] sono emanate a Ginevra, l’importanza dell’applicazione di queste si vedrà dopo il 1949, nelle guerre successive all’emanazione delle Convenzioni.
Le disposizioni presenti nelle quattro Convenzioni erano concepite per i corrispondenti presenti ufficialmente e in uniforme: infatti, pur non essendo dei veri e propri soldati, i reporter, svolgevano un ruolo riconosciuto all’interno della forza militare. Oggi, prima della nascita dei giornalisti “embedded”, i giornalisti no avevano nessun rapporto con gli eserciti.
Una differenza importante anche per la nascita delle Convenzioni di Ginevra ma, soprattutto, che ha reso necessaria un’applicazione massiccia della medesima dopo il 1949, è l’irregolarità dei conflitti del XXI secolo. Non esistono più dichiarazioni di guerra ufficiali tra gli Stati e le forze combattenti non sempre sono costituite dagli eserciti ufficiali. Soprattutto in questa ultima circostanza, i gruppi di ribelli delle guerre civili o i dissidenti non sono a conoscenza di tutte le norme del diritto internazionale umanitario: questo rende l’attività del giornalista ancora più minacciata. Nelle guerre “ufficiali” gli Stati conoscono il sistema del diritto umanitario e cercano di applicarlo nel miglior modo possibile, soprattutto a tutela dei civili: ma in caso di conflitti interni in zone magari poco sviluppate è inutile credere che ci possa essere una conoscenza, ma soprattutto un’applicazione delle quattro Convenzioni di Ginevra o di altri strumenti di tutela a livello internazionale. Per i reporter tutto diviene più difficile: essere catturati dai ribelli ceceni o dai Talebani dell’Afghanistan sottopone le loro vite ad un rischio peggiore che essere prigionieri dell’Asse o degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale[6].
Con la Guerra del Vietnam, il giornalismo di guerra subì un ulteriore cambiamento. Il Pentagono concesse ai corrispondenti ampia libertà di movimento ed appoggio logistico. Gli inviati continuano a sviluppare la loro attività di tipo cronachistico ma questa volta nel mondo occidentale, e soprattutto negli Stati Uniti, non arrivano solo i resoconti scritti, arrivano le immagini grazie alla televisione. La “guerra senza retorica”, raccontata per anni dai reporter, arriva con tutta la sua efferatezza nelle case di milioni di americani. La prima linea, gli spari, il sangue, la sofferenza dei soldati: tutto questo era già stato descritto dai giornalisti, ma le immagini “parlano molto di più delle parole”. Il conflitto vietnamita, appare a larghi settori dell’opinione pubblica statunitense come una guerra ingiusta, contraria alle tradizioni della democrazia americana.[7] Anche gli stessi inviati manifestano il loro dissenso, sono critici nei confronti dell’esercito USA e rimarcano la loro disapprovazione anche nell’abbigliamento: sono pochissimi quelli che indossano abiti militari.
Questo atteggiamento di dissapore, manifestato anche nel modo di vestire, fu preso in considerazione anche nel I Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra[8]: “le protezioni riconosciute ai giornalisti, in base alla Convenzione di Ginevra, potrebbero non essere applicate se il loro abbigliamento è troppo simile a quello del personale combattente”[9]. L’art. 79 del Protocollo prevede che il governo, dello Stato di appartenenza del reporter, rilasci una “carta di identità” che attesti lo status di giornalista. La grande differenza è che prima si proteggeva il giornalista equiparandolo ai soldati oggi la tutela si estende: il giornalista è tutelato distinguendolo dall’esercito e quindi dando un maggior riconoscimento alla sua attività.
Dopo l’esperienza del Vietnam, il Pentagono non voleva più rischiare: i militari cambiarono il loro atteggiamento nei confronti della stampa. I corrispondenti furono privati d’ogni tipo d’appoggio e protezione. Nel primo conflitto del Golfo, il Pentagono selezionò con attenzione i giornalisti da scortare al fronte. Gli altri reporter seguirono la guerra dai centri stampa.[10]
Se le guerre sviluppatesi dopo la Seconda Guerra mondiale sono state di tipo “irregolare”, la maggior parte dei conflitti degli anni Novanta sono praticamente “invisibili”, alcuni esempi sono: i massacri della Somalia (1991-1997)[11], Ruanda (1994-1996)[12], la crisi in Algeria ( 1992- 1997)[13], la tragedia in Congo e negli Stati adiacenti (1997-1999)[14], Bosnia (1992-1995)[15], Cecenia (1994-...)[16]. Si sono sviluppati come conflitti invisibili, primo per il carattere nazionale che hanno assunto, ma soprattutto perchè questi scontri sono stati resi inaccessibili ai reporter. Sono pochissimi i giornalisti che seguono sul campo lo scontro etnico della Bosnia, la maggior parte degli inviati si ferma a Belgrado: qui furono sottoposti ad una rigidissima censura e furono vittime di soprusi e maltrattamenti. La Nato, il 23 aprile 1999[17], inoltre, bombardò la sede della televisione serba, uccidendo sedici operatori. Le due guerre in Cecenia, sono off-limits per tutta la stampa: la Russia chiude le frontiere per non avere testimoni del massacro.[18] Con l’Afghanistan ebbe inizio la guerra americana al terrorismo. I reporter, inizialmente esclusi, riuscirono a penetrare autonomamente nel territorio afgano. Nei primi quindici giorni otto rappresentanti dei media persero la vita. Questa guerra in Iraq ha imposto ai reporter un pedaggio di vite umane impressionante: mai, prima d’ora, tanti giornalisti erano morti in così poco tempo.[19]
Si sviluppa quindi una censura all’attività dei giornalisti: gli Stati in guerra non vogliono più che succeda quello che è avvenuto negli Stati Uniti con le immagini del Vietnam; i giornalisti non sono più i benvenuti come nella Guerra di Crimea, ora i giornalisti sono d’intralcio agli scopi che gli Stati si sono prefissati.
Il pericolo per i reporter ora è sempre più palpabile e anche in Italia ci sono le prime vittime. Antonio Russo[20], giornalista di Radio Radicale, viene trovato morto in Georgia il 16 ottobre 2000: da tre mesi seguiva la guerra in Cecenia. Era riuscito ad entrare due volte in Cecenia dove aveva raccolto materiale scottante: scene di violenza, aggressioni. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta contro ignoti per omicidio[21], in base agli articoli 8[22] e 10[23] del Codice Penale sui Delitti dei cittadini italiani all’estero[24]. In Somalia, a Mogadiscio, il 20 marzo 1994[25], Ilaria Alpi giornalista del Tg3 e il teleoperatore Miran Hrovatin, vengono assassinati. Scompaiono i taccuini della giornalista: stava conducendo un’inchiesta su un traffico d’armi che coinvolgeva aziende italiane e forse i servizi segreti[26].
Raffaele Ciriello, ucciso a Ramallah, il 13 febbraio 2002[27]: “Raffele mi ha raggiunto...con calma mi è passato davanti e si è affacciato all’angolo. Gli ho voltato le spalle...Ma non ho fatto in tempo...Poi, girandomi ho visto Raffaele a terra...Raffaele era immobile. Non dava segni di vita...ho cominciato ad imprecare, mentre accanto a me i palestinesi si agitavano...In due l’hanno spostato...una smorfia di dolore...C’era sangue dappertutto, troppo sangue... “Non ce l’ha fatta” disse il medico.”[28]    

3.1.2 Abbigliamento e Tecnologie
La decisione dei giornalisti americani di non indossare più l’uniforme, che li equiparava ai soldati, durante la Guerra del Vietnam fu una forma di protesta contro una guerra considerata dall’opinione pubblica americana “ingiusta”.
L’abbigliamento dei reporter si è evoluto dalla Guerra di Crimea: Russel aveva sul capo un berretto di tipo militare, calzava stivali da cavallo e dal fianco gli pendeva una sciabola. Negli anni Sessanta l’abbigliamento era rimasto simile a quello degli anni Trenta e Quaranta: monopetti di flanella o lino secondo la stagione, cravatte, scarpe da città. L’unica cosa che poteva far capire che questi inviati fossero in guerra era la cravatta un po’ allentata e i vestiti un po’ stropicciati, ma in sostanza nessun cambiamento dall’abbigliamento consueto.[29]
Le cose cominciarono a cambiare negli anni Settanta. I reporter iniziano ad indossare il tipico gilé color sabbia con mille tasche: per il passaporto, il taccuino, le sigarette, le penne e l’immancabile e indispensabile “press card”. Sotto il gilé camicie a collo aperto e jeans. Alcuni giornalisti stranieri portavano una specie di uniforme verdastra, ricordo del Vietnam, con tasche anche sui pantaloni.
Nell’assedio di Beirut del 1982 gli israeliani iniziarono a distribuire giubbotti antiproiettili ed elmetti: i giornalisti ricominciano ad essere simili ai militari. Ma non tutti indossano elmetto e giubbotto: sono troppo ingombranti. Questo non è cambiato neppure ora: “Non avevamo giubbotti antiproiettili né elmetti...una leggerezza imperdonabile...Che continuerò a rimproverarmi per tutta la vita...”[30].Proprio in quegli anni i reporter abbandonano i bei vestiti: pantaloni rovinati, barbe incolte, scarpacce.[31]
La grande trasformazione nel lavoro dei reporter di guerra si è sviluppata però nelle comunicazioni e soprattutto nelle tecnologie che hanno permesso di inviare gli articoli in tempo reale dalla “ prima linea” alle redazioni.
Per i giornalisti che si trovavano al Cairo per la Guerra del Kippur (1973)[32] era necessario sapere come stavano andando le cose nel Sinai. Non si poteva solo utilizzare le fonti egiziane, bisognava quindi ricorrere alla radio. Ma riuscire a captare il miglior giornale del mondo, il World service delle Bbc, era quasi impossibile: il segnale non era quasi mai nitido e le parole a volte erano distorte. Era difficile avere un resoconto preciso di ciò che stava accadendo. Ora tutto è più semplice: c’è internet, ci sono i telefoni satellitari e il giornalista in guerra ogni giorno è in diretta reale con il mondo intero e può sapere tutto sul conflitto che si sta svolgendo.
La cosa che si è semplificata di più è il rapporto con la redazione: ora un giornalista tramite il telefono satellitare ci mette pochissimo a far arrivare il suo articolo in redazione. Prima tutto era più difficile: niente cellulari, solo telefoni fissi con linee disturbate. Gli articoli se non c’era il telefono dovevano essere spediti via posta e non c’era la certezza che arrivassero.[33]
Ma ciò che era cambiato di più negli anni Ottanta, era che i giornalisti ora morivano in guerra: questo alle generazioni passate non succedeva. Non succedeva per le scrupolose cautele con cui si muovevano, per le distanze che mantenevano da ogni pericolo, ma soprattutto non accadeva perchè le guerre erano diverse. Inoltre ora si sviluppa una vera e propria “gara” all’ultimo scoop, all’immagine più significativa, i giornalisti rischiano la vita anche perchè vanno alla ricerca della verità, si insinuano nei territori in conflitto per trovare la Notizia, quella con la “N” maiuscola: “...la fatica di piazzare merce che gli altri non hanno da posti in cui gli altri non vanno...”[34].  

3.1.3 Embedded: la nuova figura dell’inviato di guerra
Il dizionario traduce “to embed” con incassare, incastrare. I giornalisti embedded nascono negli Stati Uniti, è il Pentagono a crearli: lo scopo ufficiale è quello di mettere in campo delle contromosse che neutralizzino le fonti di notizie arabe.[35]
Un giornalista, Steve Gorman, 37 giorni prima dello scoppio del conflitto, scriveva per l’agenzia Reuters da Los Angeles, California: “I telespettatori...potrebbero vedere qualcosa di molto diverso se gli Stati Uniti dovessero invadere l’Iraq...Il Pentagono progetta di lasciare che dei giornalisti accompagnino i soldati in prima linea.”[36]
Vittorio Zucconi, il 23 marzo, da Washington scrive su la Repubblica[37]: “Funziona a meraviglia la nuova formula usata per controllare i giornalisti, lo embedding, cioè incorporare i giornalisti nelle unità combattenti perchè facciano vedere molto, senza spiegare niente”. 
Dopo il Conflitto in Afghanistan che aveva visto i reporter tagliati fuori dalle fasi salienti del conflitto, i militari volevano dare alla stampa, e indirettamente all’opinione pubblica,  un’apparenza di apertura: questa nuova figura dell’inviato di guerra sarebbe stata applicata nella recente guerra contro il regime di Saddam Hussein in Iraq.
Le prove generali[38] di questi “inviati militarizzati” erano state fatte precedentemente in Afghanistan. L’inviato della CNN Martin Savidge, il suo cameraman e due giornalisti dell’AFP erano stati autorizzati a seguire “dall’interno” l’operazione “Anaconda”, visti i risultati positivi si è deciso di attuare di nuovo questo programma d’incorporazione. L’operazione è andata a buon fine proprio perchè si è sviluppato un vero e proprio controllo, sviluppato dal Pentagono, sull’attività degli inviati. Le informazioni che sono state trasmesse alle redazioni, così come le immagini, erano sottoposte ad autorizzazione.
Per la guerra in Iraq, gli americani, hanno iniziato a prepararsi molto prima sul fronte della comunicazione: i giornalisti hanno seguito un’accurata preparazione. Si è trattato di veri e propri “corsi di guerra”[39] per reporter: seminari sia teorici che pratici di una o due settimane per imparare a muoversi e a sopravvivere in zona di guerra e in situazione di pericolo e di attacco delle forze nemiche. Negli Stati Uniti, patria degli embedded, questi corsi[40] sono stati organizzati dal Pentagono: il prezzo variava tra i 300 e i 5000 dollari.[41]
L’ideatore del piano[42], per la gestione dei media, fu il vice Segretario della Difesa Bryan Whitman. Il sistema è stato adottato anche dalle truppe britanniche e consiste nell’incastrare[43] i reporter nelle unità militari operative sul campo. Secondo questo programma, il reporter, per diventare embedded, dovrebbe seguire un vero e proprio programma d’addestramento con l’unità alla quale è stato assegnato, proprio per sentirsi parte di quel gruppo; David Miller, membro dello scozzese Stirling Media Research Istitute[44] scrive: “...incoraggiando i giornalisti ad identificarsi con le unità d’appartenenza. Mangiare e bere insieme, correre gli stessi pericoli porta a condividere gli stessi valori”. L’esercito garantisce agli embedded un appoggio completo: vitto, alloggio, trasporti, assistenza logistica e naturalmente protezione.
Se lo scopo ufficiale è quello di contrastare le fonti arabe lo scopo ufficioso sembrerebbe essere quello di non far rivivere alle famiglie americane lo strazio delle immagini inviate dal Vietnam. Infatti, questo nuovo inviato identificandosi con le truppe, produce una copertura giornalistica del conflitto favorevole alla politica del Pentagono [45], la posta in gioco diviene così chiara: una visione positiva del conflitto da parte dell’opinione pubblica americana[46]. Questo fattore è confermato dalla creazione di un vero e proprio contratto che gli embedded devono sottoscrivere. David Miller[47]: “Tutti gli embedded...devono accettare 50 condizioni comportamentali con le quali il Pentagono spiega dettagliatamente cosa si può riferire e cosa no...L’obiettivo del sistema è quello di controllare quanto riportato...” Il contratto[48] si suddivide in una parte iniziale dove vengono date delle Regole base poi sotto il nome di regole standard vengono elencati i diversi punti che i giornalisti firmatari si impegnano a rispettare: importanti sono art. 3[49], art. 7[50], art. 22[51]. Il primo riprende l’art. 6 del Safety Code dell’INSI che sancisce la neutralità dei giornalisti[52]; gli altri due articoli definiscono le categorie di informazioni militari che possono essere diffuse e quelle che invece devono essere mantenute segrete.   
Si potrebbe vedere un ritorno a prima della Guerra del Vietnam, quando i giornalisti erano assegnati ai diversi reparti. Fino agli anni Settanta, infatti, i giornalisti erano inglobati nell’esercito. Per far comprendere meglio la portata di questo cambiamento è necessario leggere il giudizio espresso da Giovanna Botteri, inviata del Tg3, nel suo diario di guerra scritto nei giorni successivi all’arrivo degli americani a Baghdad[53]: “In meno di tre giorni sono arrivati 600 giornalisti. Ci sono tutte le troupes americane CNN, Fox, ABC, NBC, CBS...Hanno capelli tagliati a spazzola, divise militari, tatuaggi militari...É quasi impossibile distinguerli dai marines veri...Non hanno mai incontrato un iracheno...Non so cosa raccontino nei loro reportage...”
Questo fenomeno sicuramente si ripercuoterà sui conflitti futuri. Visto l’influenza che avrà e i cambiamenti che ha già portato nel modo di concepire e sviluppare l’attività del reporter di guerra è opportuno definirne l’estensione odierna. David Miller, fornisce dati esaurienti su questo nuovo assetto dell’informazione che sta segnando il racconto di questa guerra, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: “Ci sono 903 reporter embedded...Solo il 20% degli embedded con l’esercito americano proviene da paesi diversi dagli Stati Uniti...La predominanza dei reporter angloamericani non è un caso, ma è l’elemento chiave della strategia”[54].
Naturalmente accanto a questa “nuova forma di inviato” resistono i giornalisti indipendenti. Il Pentagono si riferisce a loro chiamandoli unilaterals. Cioè un-embedded: non inseriti all’interno dell’esercito.
Il Pentagono, sempre per portare a termine gli scopi ufficiosi del suo piano, cercò di dissuadere i media nazionali a mantenere inviati indipendenti a Baghdad dopo l’inizio del conflitto: “...l’Amministrazione Usa sta invitando i giornalisti americani a non rimanere a Baghdad. Fonti del Pentagono ripetono che l’attacco militare contro l’Iraq sarà molto più pericoloso per i giornalisti rimasti a Baghdad...nessuno potrà garantire l’incolumità dei giornalisti...”[55]. Per comprendere meglio quale era il clima e la situazione di pericolo in cui dovevano lavorare i giornalisti indipendenti, basta leggere le dichiarazioni rilasciate a Washington dal generale Stanley McChrystal e dalla portavoce del Pentagono Victoria Clarke: queste dichiarazioni sono state rilasciate dopo i fatti dell’Hotel Palestine a Bagdad, era il 9 aprile 2003[56]. Il generale, vice capo di stato maggiore, afferma: “Stavano compiendo un lavoro molto importante. Noi però avevamo detto sin dall’inizio che per i giornalisti era pericoloso non unirsi alle truppe...”. D’accordo con questa affermazione è anche la portavoce del Pentagono: “Abbiamo sempre sostenuto che Bagdad non era un posto sicuro per i media o per altre persone...Non spetta a noi proteggere i giornalisti”[57] .


Note:

[1]Antonello, Sachetti, Dalla Guerra di Crimea a quelle invisibili di oggi. Professione Reporter, www.grandinotizie.it.

[2] La guerra, da un anno, vedeva contrapposta la Russia ad una coalizione di stati formata da Gran Bretagna, Francia, impero ottomano e Regno di Sardegna.

[3] M., Ravizza, Reporter di Guerra, www.reporterassociati.org.

[4] ibidem.

[5] In mancanza di prove concrete non possono essere trattati come spie. I giornalisti possono essere fermati solo per “imperative ragioni di sicurezza” e anche in questo caso hanno diritto alle stesse garanzie giuridiche di un prigioniero di guerra. Appunti e fotografie possono essere sequestrati dal personale militare.

[6] ibidem.

[7] Giovanni, Sabbatucci, Vittorio, Vidotto, Storia Contemporanea. Il Novecento, Bari, Editori Laterza 2002, pag. 295-296.

[8] I Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, relativo alla protezione delle vittima dei conflitti armati internazionali. Adottato con atto finale a Ginevra l’8 giugno 1977 dalla Conferenza per la riaffermazione e lo sviluppo del diritto internazionale umanitario applicabile nei conflitti armati. Aperto alla firma a Berna il 12 dicembre 1977. L’Italia ha ratificato il protocollo con la legge n. 762 del 11 dicembre 1985 ( con Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 303 del 27 dicembre 1985). 

[9]Antonello, Sacchetti, Dalla Guerra di Crimea a quelle invisibili di oggi. Professione reporter, www.grandinozie.it.

[10] ibidem.

[11] Giovanni, Sabbatucci, Vittorio, Vidotto, Storia Contemporanea. Il Novecento, Bari, Editori Laterza, 2002, pag. 391.

[12] ivi: 392.

[13] ivi: 396.

[14] ivi:392.

[15] ivi:377.

[16] ivi:374.

[17]Domenico, Gallo, Dalla tv di Belgrado all’Hotel Palestine. Quel “ vicino” 23 aprile, www.ilmanifesto.it, 23 aprile 2003.

[18] Antonello, Sacchetti, Dalla Guerra di Crimea alle guerre invisibili di oggi. Professione reporter, www.grandinotizie.it.

[19] ibidem.

[20] ibidem.

[21] Il sospetto è che sia stato eliminato dai servizi segreti russi. ibidem.

[22] art. 8 Delitto politico commesso all’estero.

[23] art. 10 Delitto comune dello straniero all’estero.

[24] AA.VV, Codice Penale e principali leggi complementari, a cura di Federico del Giudice, Napoli, Edizioni Giuridiche Simone, 2003, VIII edizione. 

[25] Il giorno prima del ritiro del contingente italiano dal Paese.

[26] Antonello, Sacchetti, Dalla Guerra di Crimea alle guerre invisibili di oggi. Professione reporter, www.grandinotizie.it.

[27] Amedeo, Ricucci, Cecchini sull’Hotel Palestine? É la solita scusa, www.reporterassociati.org, 11 aprile 2003.

[28]Amedeo, Ricucci, La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo: il volto nascosto dell’informazione televisiva, Bologna, Edizioni Pendragon, 2004. Pag. 53,54,55. 

[29] Sandro, Viola, In guerra al tempo del telegrafo. Il mestiere del corrispondente, www.italian.it, La Repubblica, 17 settembre 2004.

[30]Amedeo, Ricucci, La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo: il volto nascosto dell’informazione televisiva, Bologna, Edizioni Pendragon, 2004, pag. 52.

[31] ibidem.

[32] Giovanni, Sabbatucci, Vittorio, Vidotto, Storia Contemporanea. Il Novecento, Bari, Editori Laterza, 2002, pag. 301.

[33] Sandro, Viola, In guerra al tempo del telegrafo. Il mestiere del corrispondente, www.italian.it, la Repubblica, 17 settembre 2004, pag. 52.

[34] Francesco, Battistini, Una tribù mobile a caccia di scoop, www.corriere.it, 22 agosto 2004.

[35] Roberto, Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra, Roma, Nutrimenti, 2003, pag. 51.

[36] ibidem.

[37] ivi:58.

[38]Amedeo, Ricucci, La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo: il volto nascosto dell’informazione televisiva, Bologna, Edizioni Pendragon, 2003, pag. 101.

[39] ivi: 102.

[40] In Francia questi stage sono gestiti in proprio dal ministero della difesa, ma ad un prezzo inferiore: 100 euro a persona. Questi corsi sono una tradizione che va avanti dal 1992. Sia pubbliche che private sono invece le società che organizzano questi stage in Inghilterra e in Italia. Con l’avvicinarsi della guerra in Iraq, la RAI ha sviluppato un’attività di preparazione dei propri inviati gestita, in parte dall’esercito, presso la scuola di guerra di Civitavecchia, e in parte da una società privata di Pavia. ibidem.

[41] ibidem.

[42] M., Ravizza, Reporter di Guerra, www.reporterassociati.org

[43] In inglese: To Embed.

[44] Roberto, Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di fare la guerra, Roma, Nutrimenti, 2003, pag. 52.

[45] M., Ravizza, Reporter di Guerra, www.reporterassociati.org

[46] Roberto, Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di fare la guerra, Roma, Nutrimenti, 2003, pag. 53.

[47] ibidem.

[48] ivi: 119.

[49] art. 3 “ I giornalisti al seguito delle forze americane non possono portare con sé armi personali”.

[50] art. 7 “ Le seguenti categorie di informazioni possono essere diffuse”.

[51] art. 22 “ Le seguenti categorie di informazioni non possono essere diffuse poiché la loro pubblicazione o trasmissione potrebbe pregiudicare il risultato delle operazioni e mettere in pericolo delle vite”.

[52] cfr. 4.2.2 INSI e IFJ.

[53] Roberto, Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra, Roma, Nutrimenti, 2003, pag. 56.

[54] ibidem.

[55]  Tommaso, Di Francesco, Giornalisti nel mirino, Il manifesto, 4 marzo 2003.

[56] Amedeo, Ricucci, Cecchini sull’Hotel Palestine? É la solita scusa, www.reporterassociati.org, 11 aprile 2003.

[57] Roberto, Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra, Roma, Nutrimenti, 2003, pag. 41.

   
   

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