La tutela dei reporter di guerra

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Conclusione

Dall’analisi svolta si può giungere ad un’importante conclusione: sia a livello internazionale, nazionale e subregionale esistono gli strumenti adatti per attuare un’adeguata tutela dei reporter di guerra.
Il problema quindi, non nasce per la mancanza degli strumenti, piuttosto da una mancata attuazione degli stessi. Questi mezzi di tutela sono entrati in vigore da tempo a seguito dell’attività di ratifica prodotta dagli stati contraenti, tuttavia non si è creata la stessa convergenza di opinioni nel momento della concretizzazione.
Questa diatriba, tra ratifica e attuazione, nasce perchè non ci troviamo più di fronte alle guerre di vecchio tipo: quando le Convenzioni di Ginevra sono state emanate, si era appena conclusa la Seconda Guerra Mondiale. Questa guerra si era sviluppata, come quelle precedenti, dopo una dichiarazione di guerra e, soprattutto, tra Stati. Oggi è difficile che i protagonisti in conflitto siano solo costituiti dai poteri centrali: nelle guerre odierne si trovano diversi schieramenti in contrasto che combattono tra loro. Le guerre sono maggiormente a carattere nazionale e soprattutto sono localizzate in zone del mondo poco sviluppate. Queste considerazioni possono farci trovare una prima soluzione al problema: la maggior parte dei guerriglieri che non fanno parte dell’esercito regolare, forse, non sono neppure a conoscenza del diritto internazionale umanitario, non sanno che ci sono delle sanzioni per chi attua delle torture, per chi rapisce la gente.
Questa può essere una prima risposta alle continue morti e torture cui sono sottoposti gli inviati di guerra, ma, non bisogna dare la colpa solo ai gruppi di “ribelli” che si scontrano in alcune guerre nazionali, a volte la colpa è dello Stato. In Cecenia, la Russia non voleva che il mondo conoscesse gli abusi verso la popolazione e anche in Kosovo i giornalisti sono stati lasciati fuori dal conflitto. Dopo il Vietnam, gli Stati hanno compreso il peso dell’opinione pubblica sull’andamento della guerra: da quel momento accanto alle strategie di guerra si sono sviluppate vere e proprie strategie di comunicazione atte a “pubblicizzare” e mostrare la nuova guerra. Sono i poteri centrali a decidere cosa della guerra deve essere detto, quali immagini possono apparire sui giornali e nelle televisioni di tutto il mondo: si potrebbe dire che le notizie dei reporter di guerra siano sottoposte ad una censura preventiva attuata dagli Stati che in questo modo riescono a gestire le informazioni che arrivano in patria.
Oltre a questi due punti non dimentichiamo che oggi il lavoro dei reporter di guerra è diventato anch’esso un “campo di battaglia”: si lotta per uno scoop, si attraversano le frontier per una fotografia, ci si sporge un po’ troppo da un angolo per un filmato inedito. La professione dell’inviato di guerra si è adeguata ai conflitti: ora la lotta è anche tra i diversi inviati per ottenere un’informazione che altri non hanno ottenuto.
Concludendo, credo che sia difficile trovare una risposta per un tema così attuale, è troppo semplice accusare le parti in causa. Gli strumenti per attuare la tutela ci si deve auspicare che tutti questi soggetti comprendano l’importanza dei diritti umani.

   
   

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